“La Belle Époque” di Bedos, un omaggio al fascino del cinema

Nelle sale dal 7 novembre la pellicola che mette in scena la magia che il grande schermo permette, nel gioco dello scambio tra una triste realtà e un’immaginazione bella e ricca

L’edizione numero 14 della Festa di Roma si è chiusa domenica 27 ottobre con il premio del Pubblico andato a Santa subito, film che ricostruisce la vicenda di Santa Scorese, ragazza di 23 anni accoltellata da uno stalker a Bari il 22 maggio 1991. Ma al di là della cronaca, il cinema torna con prepotenza nell’incalzare delle “normali” uscite cinematografiche: tra i film prossimamente alla ribalta, scegliamo oggi La Belle Époque, una produzione francese dai ritmi coinvolgenti e di sicuro divertimento. In uscita in sala il 7 novembre, il film incuriosisce fin dal titolo. Se “la belle époque” rimanda a un periodo ben definito della storia francese, tra divertimenti, eccessi e grandi nomi che segnavano tappe culturali indimenticabili, nella storia in esame quella “époque” è alle spalle ma non del tutto trascurata.

All’inizio infatti facciamo i conti con tanti personaggi in maschera, che fanno rivivere il passato mentre commentano il presente. Abiti e ambienti rimandano ad un’altra epoca, ma che succede? È che siamo su un set cinematografico, dove ogni dimensione storica è pronta a saltare e ogni riferimento può cambiare all’improvviso. In questo caos allegro e incontrollabile capita Victor, sessantenne arrivato ad un bivio della propria esistenza. La moglie non lo sopporta più e con tono deciso lo mette alla porta. Cacciato di casa, in piena confusione e incapace di reagire, Victor si risolve alla fine ad accettare la proposta del regista del film in cui la storia è cominciata: gli viene offerta la possibilità di rivivere il giorno più bello della sua vita. Sceltone uno del maggio 1974, Victor si trova a sua insaputa proiettato proprio in quella data da lui scelta. Non si tratta di una semplice messa in scena ma di una ricostruzione vera e propria, rigorosa e meticolosa, che coinvolge abiti, arredi, atmosfere, canzoni. È la perfetta visione di una “finzione”: quella magia che solo il cinema permette, potendo con disinvoltura passare da una triste realtà ad una immaginazione ricca, bella e stimolante.

Victor così si lascia andare e il gioco dello scambio vero/falso si fa così preciso, rarefatto e indistiguibile da lasciarlo senza plausibili reazioni. Precipitato nel 1974 ma ben consapevole del suo stato odierno, Victor getta su quello che vede sguardi di ammaliata ammirazione. Potendo mettere a confronto la sua situazione attuale e quella del “se stesso” del passato, ne trae una irresistibile lezione sul trascorrere del tempo, sul mutare di atteggiamenti e di impressioni, sugli errori fatti e che ora si pente di aver commesso. A cominciare dal rapporto con la moglie, e poi a quello con i figli.

Per non togliere nemmeno un grammo al saporoso umorismo della vicenda, non aggiungeremo altro. Se non che il sottilissimo passaggio tra realtà e finzione si fa sempre più accattivante a mano a mano che persone e situazioni passano attraverso la membrana del paradosso, facendo aumentare il piacere di essere imbrigliati nel gioco del cinema e del suo “doppio”. Alla sua seconda regia e con una carriera di attore alle spalle, Nicolas Bedos firma un film che è uno splendido omaggio all’infinito fascino della settima arte. Forse, grazie a una sceneggiatura a orologeria, i meccanismi narrativi sarebbero stati ugualmente esemplari ma è quasi certo che il risultato finale non sarebbe stato lo stesso senza la presenza di tre attori di inossidabile resa professionale quali Daniel Auteil/Victor, Fanny Ardant/la moglie, Guillaume Canet/il regista. Tre interpreti dai quali arriva un sapore esistenziale, sentimentale, poetico forse unico: il sapore del cinema.

4 novembre 2019