La domanda sul lavoro, centrale per i giovani

Un ragazzo dietro al bancone di un supermercato e la riflessione sul futuro di un’intera generazione. Una questione che dovrebbe essere di tutti

Sabato pomeriggio, sul tardi, ero al supermercato vicino a casa mia e aspettavo il mio turno per farmi dare un pezzo di pane. Davanti a me stavano servendo una signora che a un certo punto fa una battuta a un ragazzo molto giovane dietro al bancone, che le stava incartando un pacchetto e che lei doveva conoscere: «Ma che stai ancora al lavoro? E che non esci stasera? E che non ci vai a ballare stasera?» Il ragazzo, intento a chiudere la confezione, solleva lo sguardo anche lui sorridente, ma poi, con un tono da adulto, da invecchiato, le risponde: «Ma magari durasse signó, ma magari ce potessi sta’ tutta la vita dietro a ‘sto bancone». Conoscendo bene il supermercato, tutto il personale che ci lavora dentro, mi è parso subito evidente che quel ragazzo, poco più che ventenne, fosse una sostituzione temporanea, precaria, magari un contratto a progetto. Arrivato il mio turno, mi sono fatto servire in silenzio, ho ringraziato e mi sono allontanato dal bancone con il mio pezzo di pane.  Quello scambio rubato, quella rappresentazione incidentale, la battuta della signora, la rivendicazione del ragazzo, mi avevano colpito, mosso qualcosa dentro, insomma ci avrei ripensato per un po’.

Sembrerebbe roba vecchia, stare ancora a dire del lavoro di chi ha vent’anni, un discorso che per noi adulti che un lavoro ce l’abbiamo anche basta, che in questo momento evidentemente c’è da discutere di altro. Ma quel ragazzo, in un istante, me l’ha rimessa davanti chiara e forte quella domanda sul diritto al suo lavoro, a un salario, a un futuro; una questione che dovrebbe essere di tutti, in primis di noi che un lavoro ce l’abbiamo e ce lo siamo dimenticati il privilegio del ventisette del mese. Sembrerebbe roba vecchia, stare ancora a dire del baratro che ha paralizzato generazioni intere, formate o non formate che siano, aspiranti ricercatori o banconisti che siano, a fronte di adulti, di sistemati, che paiono avere definitivamente messo la domanda su quel futuro nel cassetto delle pratiche secondarie.

Proprio ieri, una notizia sbirciata in rete mi ha fatto ripensare al ragazzo dietro al bancone, che per altro già non è più al supermercato, non l’ho più visto. Pare che a Londra, questo fine settimana, in un importante corsa podistica sui 10mila metri, sorprendendo tutti e battendo anche il campione olimpico in carica, abbia vinto nell’incredulità generale il commesso di un negozio di articoli sportivi: un perfetto sconosciuto che aveva dovuto pagare di tasca propria l’iscrizione alla competizione. Non so perché, ma quell’anonimo diventato improvvisamente eroe mi ha fatto subito pensare al ragazzo dietro al bancone, lui che un giorno avrebbe vinto nella vita sorprendendo tutti, me, la signora che aveva servito. Ma poi mi sono detto che questa sì, davvero è una fantasia retorica e pure di basso livello, che gli eroi sono pochi e spesso inutili, che realisticamente quel ragazzo sia piuttosto immagine di quell’infinità di ragazze e ragazzi rimaste e rimasti indietro, perché è la corsa, per come è gestita, a essere ingiusta e soprattutto pare che nessuno ci faccia più caso.

4 maggio 2022