La preghiera del Papa per la Repubblica Democratica del Congo, «ferita e sfruttata»

Nel giorno in cui era atteso a Kinshasa, ha presieduto a San Pietro la Messa con il rito zairese, alla quale hanno partecipato circa 2mila congolesi della comunità romana. «Grazie per la preoccupazione per l’Africa. Il popolo congolese continua ad aspettarla»

Se Francesco è stato costretto a rimandare il viaggio nella Repubblica democratica del Congo, sono stati 2mila congolesi ad andare da Francesco. Ieri, domenica 3 luglio, il Papa ha presieduto la Messa nella basilica di San Pietro con il rito zairese. Una celebrazione caratterizzata dai vivaci colori degli abiti tradizionali, da danze e canti accompagnati dallo “zaghroutah”, l’urlo tipico del luogo, che hanno coinvolto l’assemblea. Proprio ieri Bergoglio era atteso a Kinshasa – dove in sua rappresentanza si è recato il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin – in occasione del viaggio apostolico che ha dovuto posticipare a causa della gonalgia. La liturgia con la comunità dei congolesi di Roma e d’Italia si è quindi svolta in Vaticano, da dove Francesco ha invitato a pregare «per la pace e la riconciliazione nella Repubblica Democratica del Congo, tanto ferita e sfruttata», e perché «i cristiani siano testimoni di pace, capaci di superare ogni sentimento di astio, di vendetta, di superare la tentazione di credere che la riconciliazione non sia possibile, così come ogni attaccamento malsano al proprio gruppo che porta a disprezzare gli altri».

Nell’omelia, iniziata con un reciproco saluto di pace, fraternità e gioia, pronunciato in africano, il Papa si è soffermato sulla missione di pace del cristiano che deve poggiare su tre pilastri: l’equipaggiamento, il messaggio e lo stile. Il cristiano non può «accontentarsi di vivacchiare nella mediocrità» ma deve esercitare la missione evangelizzatrice, che non richiede «studi di teologia», perché ci sono «tre sorprese missionarie che Gesù riserva ai discepoli e a ciascuno di noi se lo ascoltiamo», a partire dall’equipaggiamento. Commentando il Vangelo nel quale Cristo «designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé» senza portare pesi inutili, il vescovo di Roma ha riflettuto su come «spesso si pensi che le iniziative ecclesiali non funzionino a dovere perché mancano strutture, soldi, mezzi: questo non è vero. La smentita viene da Gesù stesso». Da qui l’esortazione a non confidare «nelle ricchezze» e a non temere «le povertà, materiali e umane. Più siamo liberi e semplici, piccoli e umili, più lo Spirito Santo guida la missione», le parole di Francesco.

Il vero equipaggiamento è il fratello che si ha accanto. «Non c’è annuncio che funzioni senza prendersi cura degli altri», ha avvertito il Papa prima di passare alla seconda sorpresa della missione: il messaggio. «È logico pensare che, per prepararsi all’annuncio, i discepoli debbano imparare che cosa dire, studiare a fondo i contenuti, preparare discorsi convincenti e ben articolati. È vero, anche io lo faccio», ha ammesso Bergoglio. Ma non è questo l’insegnamento di Gesù, il quale semplicemente «prescrive di presentarsi, in qualsiasi posto, come ambasciatori di pace. Il cristiano è portatore di pace. Se invece diffondiamo chiacchiere e sospetti, creiamo divisioni, ostacoliamo la comunione, mettiamo la nostra appartenenza davanti a tutto, non agiamo in nome di Gesù. Chi fomenta rancore, incita all’odio, scavalca gli altri, non porta la pace» la quale, ha spiegato Francesco, inizia dal proprio cuore, dove bisogna «disinnescare l’avidità, spegnere l’odio e il rancore, fuggire la corruzione, gli imbrogli e le furberie». È essenziale «annunciare la vicinanza di Dio che veglia su ogni uomo. «Se noi viviamo sotto questo sguardo, il mondo non sarà più un campo di battaglia ma un giardino di pace; la storia non sarà una corsa per arrivare primi ma un pellegrinaggio comune», ha affermato il Papa.

Infine lo stile. La società odierna insegna a primeggiare sempre ma Cristo invia i suoi «come agnelli in mezzo ai lupi». Questo non significa «essere ingenui – ha spiegato il Papa – ma aborrire ogni istinto di supremazia e sopraffazione, di avidità e di possesso. Chi vive da agnello non aggredisce, non è vorace: sta nel gregge, con gli altri, e trova sicurezza nel suo pastore, non nella forza o nell’arroganza, non nell’avidità di soldi e di beni che tanto male causa anche alla Repubblica Democratica del Congo».

Al termine della liturgia – che ha visto tra i concelebranti il vescovo Benoni Ambarus, delegato diocesano per i migranti, e monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi – suor Rita Mboshu Kongo, docente alla Pontificia Università Urbaniana, in rappresentanza della comunità congolese di Roma, ha ringraziato il Papa per la sua «preoccupazione per l’Africa. In numerose occasioni ha mostrato la sua paterna attenzione per noi – ha detto -, soprattutto per la sventura che colpisce la Repubblica Democratica del Congo. Il popolo congolese continua ad aspettarla a braccia aperte a Kinshasa e speriamo che il suo viaggio apostolico in Africa si possa tenere presto».

4 luglio 2022