La solidarietà arriva anche dai detenuti di Regina Coeli

L’iniziativa spontanea per «tendere la mano al prossimo e non restare indifferenti al dramma della pandemia»: la raccolta fondi e la donazione del sangue

Una raccolta fondi e la donazione del sangue: sono le due iniziative nate spontaneamente tra i detenuti del carcere di Regina Coeli, «indistintamente da etnia o razza, religione professata e dal tipo di reato commesso – scrivono loro stessi in una lettera – perché privi di libertà, ma non di dignità». Un gesto per «tendere la mano verso il prossimo» e non restare «indifferenti a questo dramma – la pandemia di coronavirus – che sta mettendo in ginocchio non solo la nostra nazione ma il mondo intero». La proposta, sostenuta dalla direzione del Regina Coeli, è stata incoraggiata da padre Vittorio Trani, francescano conventuale, cappellano del carcere da oltre 42 anni: «Dopo un primo momento di agitazione in alcuni settori – racconta -, è maturata la consapevolezza che siamo in un momento delicatissimo e le limitazioni imposte sono dettate dalla necessità di salvaguardare se stessi e gli altri».

È nata così la chiara volontà di donare il sangue e il desiderio di raccogliere una somma, anche modesta, di denaro da poter destinare ad un ente, deciso da loro, che fattivamente sta operando per l’emergenza. Un gesto che vuole esprimere, come spiegano loro stessi nella lettera, anche la «gratitudine verso i medici, infermieri, volontari, tutti coloro che stanno mettendo a rischio la propria vita a favore degli altri». Tutto questo è «segno della capacità di leggere un momento di necessità e del loro sentirsi parte attiva all’interno di questo sforzo che si sta facendo – sostiene padre Vittorio -, di voler operare per il bene comune, soffrendo con tutte le persone che soffrono in questo momento».

Accanto al gesto concreto di solidarietà, la vicinanza si manifesta anche spiritualmente: «Sono in particolare due le intenzioni espresse nei momenti di preghiera che si stanno tenendo in queste ultime settimane nei vari settori, al posto dell’abituale e partecipata Messa domenicale», racconta ancora il cappellano. La prima è «per chi è malato, soprattutto per chi sta in ospedale in condizioni molto gravi, e per i loro parenti, anch’essi ritrovatisi a vivere un dramma». La seconda intenzione: per la popolazione del carcere, «perché anche questa vicenda faccia cogliere il momento della carcerazione come un piccolo Calvario» verso la resurrezione, e «perché il Signore dia luce al “dopo carcere”, per pensare con Lui la vita oltre questo momento».

La lettera dei detenuti di Regina Coeli si conclude con «le più sentite condoglianze verso le famiglie che hanno perso i loro cari», e con un desiderio: «Fiduciosi che la nostra iniziativa di solidarietà volta al bene comune venga apprezzata, si spera che tante altre persone che vivono le nostre stesse condizioni emulino un gesto unanime e solidale volto a fin di bene per i bisognosi attualmente a rischio». Padre Trani spiega di essersi attivato «perché questo gesto si conoscesse, perché, nella comunità civile ed ecclesiale, possa nascere una sensibilità – aggiunge -, perché si capisca anche la sofferenza che si vive nel contesto dell’esperienza detentiva, a prescindere dalle responsabilità personali che comunque è necessario assumersi». Un’iniziativa di solidarietà come questa messa in atto a fronte dell’emergenza del coronavirus «non è un caso isolato tra i detenuti» e, «nel quadro delle cose negative che si sentono spesso sulle carceri, è una cosa molto bella – conclude -. Sono fiori che nascono in un terreno che tutti credono arido e che invece ha risorse a non finire».

14 aprile 2020