Lettera a padre Maccalli, a 10 mesi dal rapimento

A firmarla è padre Vito Girotto, confratello della Società per le missioni africane. «Ti aspettiamo, fiduciosi nella preghiera per la tua liberazione»

«Ciao padre Gigi». 10 mesi dopo il rapimento dalla missione di Bomoanga, il 17 settembre 2018, padre Vito Girotto scrive una lettera al confratello della Società per le missioni africana Luigi Maccalli: «Sono dieci mesi che ti aspettiamo, fiduciosi nella preghiera per la tua liberazione e di quella di altri ostaggi di cui non conosciamo il nome, sapendo che i tuoi rapitori sono pure loro tenuti in ostaggio dalla violenza organizzata e programmata per incutere terrore e farci credere che c’è un dio che li appoggia e che darà loro la ricompensa delle loro azioni». Proprio per questo l’invito di padre Girtotto è a «parlare con questi tuoi amici – nemici: puoi forse farli ragionare semplicemente cercando il momento favorevole e lo spunto da avvenimenti che vivi insieme a loro. Qualcuno dei tuoi rapitori – scrive il religioso – ricorderà il motivo del tuo rapimento e dirà la ragione di quel gesto che ha cambiato la tua vita ed anche la loro. Ti diranno – prosegue – che eri un punto di riferimento a Bomoanga, e tu nella tua umiltà neppure l’immaginavi ma continuavi ad occuparti di tanti bambini ammalati perché malnutriti e di quegli altri che non avevano una scuola in cui aprire la loro mente».

Padre Girotto si rivolge direttamente all’amico missionario: «Uomo di parte? Tu, Gigi? Non è vero. Tu davi a tutti quello che potevi con tanta generosità e disponibilità verso i più poveri presenti a Bomoanga e nei villaggi che visitavi regolarmente almeno una volta al mese. Ogni tuo viaggio a Niamey con la Toyota a nove posti, sempre regolarmente tutti occupati da mamme e bambini che accompagnavi per una visita all’ospedale della Capitale. Vero missionario creatore di comunità aperte alla Parola di Dio, che dà speranza di vita a tutti – le parole del religioso -. Credo che stai pensando a quelle comunità che sono nate con il pellegrinaggio per l’annuncio, che organizzavi ad ogni ottobre missionario, e che ora non possono più continuare i corsi di alfabetizzazione, ma che continuano a pregare con l’aiuto di tanti animatori della liturgia e catechisti, che tu conosci per averli preparati con i corsi di formazione. Anch’essi si ricordano di te ogni giorno, al mattino e alla sera. Ti attendono libero, per la celebrazione della Messa che è sempre stata per te occasione di incontro e di riflessione, con soluzioni che ti vedevano protagonista nella ricerca dell’acqua potabile, e nella proposta di poter offrire anche un’altra acqua che si attinge con la fede al pozzo di Gesù. Quel Gesù che ora parla loro con il tuo silenzio e li disseta con la parola e la testimonianza della tua vita».

Ancora, si legge nel testo diffuso dall’Agenzia Fides: «Sappiamo, caro Gigi, che stai celebrando una lunga Messa, che non ti stanchi di offrire con il tuo amore a Colui che ti ha chiamato al sacerdozio, e che ti invita ed essere fermo nella prova. Sei bloccato nel corpo, ma non nello spirito, e certamente questa situazione di impotenza fisica ha stravolto i tuoi progetti di missione. Ma non pensare che la tua vita di ostaggio non abbia valore: lo sai bene che per Gesù l’esperienza della debolezza dell’essere inchiodato sulla croce donando tutta la sua vita, fu l’attività più efficace per la sua missione di Salvatore». Non solo. «Con te – scrive ancora padre Vito – abbiamo scoperto che ci sono in Africa tanti ostaggi anonimi: uomini, donne e bambini, rapiti e schiavizzati che forse non ritorneranno mai in libertà. Altri, e sono tantissimi, sono tenuti in ostaggio dalla povertà, o da scelte politiche contrarie alle loro idee, persone che cercano di fuggire per vivere in libertà. Chi dovrebbe aiutarli a ritrovarla, questa libertà, contribuisce invece a produrre una prigionia ancora più atroce».

Quindi, un ricordo personale: «Io pure, come te, ho lasciato la mia amata missione di Makalondi in quella notte del 17 settembre 2018, e con grande sofferenza sono stato obbligato a rifugiarmi a Niamey, tenuto in ostaggio dall’insicurezza e dalla paura di attacchi da cui nessuno poteva difendermi, come è successo a te. La missione sta cambiando, ma chi è protagonista? È sempre e solo Colui che ci ha inviato. Caro Gigi, Untaani (Dio unisce), restiamo uniti in quella fede che ora è provata, ma che ci aiuta ad avvicinarci alla situazione della popolazione, tenuta in ostaggio dalla grande povertà e da una frontiera che sembra escluderla dal Niger dove vive da secoli – è la conclusione del religioso -. “Dio è grande!”, come dicono tanti qui in Niger, e a lui affidiamo te e il popolo di Bomoanga, di Makalondi e di tutto il Sahel».

11 luglio 2019