Mafia Capitale, don Ciotti: «Di Liegro proverebbe rabbia»

Il presidente di Libera alla Festa della solidarietà in piazza San Giovanni su criminalità e immigrazione: «Non venga mai meno il coraggio della denuncia»

Il presidente di Libera alla Festa della solidarietà in piazza San Giovanni su criminalità e immigrazione: «Non venga mai meno il coraggio della denuncia»

Due episodi. Il racconto del sommozzatore che, dopo la tragedia di Lampedusa dello scorso ottobre, «coi lacrimoni agli occhi» ha ammesso che «il dolore più grande era stato staccare, in fondo al mare, le mamme morte che stringevano i loro bambini morti». E i respingimenti dei giorni scorsi, a Ventimiglia, «una vergogna, il tradimento degli ideali per cui l’Europa stessa è nata». Nel suo colloquio con il giornalista di “Avvenire” Toni Mira, il presidente di Libera don Luigi Ciotti ha parlato domenica 28 giugno, dal palco della Festa della solidarietà in piazza San Giovanni, di mafia e immigrazione, il triste binomio portato alla luce dalle gravi vicende dell’inchiesta Mafia Capitale. A corollario dei due episodi, il sacerdote pone il contraltare di «due riferimenti: il Vangelo e la Costituzione». «Saldiamo la terra con il cielo – invita – affinché non venga meno il coraggio della denuncia, che sia seria, attenta e non faziosa, accompagnata da proposte e concretezza del fare».

Perché, inutile far finta che non sia così, «lo scandalo della cooperativa 29 Giugno si inserisce in un contesto molto più ampio: in questa città le mafie ci sono e ci sono state sempre. La magistratura ha portato a galla quanto sappiamo, ma mi chiedo come mai negli anni nessuno abbia scoperchiato quello che bolliva in pentola». Adesso a ribollire sono i cittadini onesti, per la rabbia. «Anche don Di Liegro, che quella cooperativa l’ha fondata, sentirebbe una sana rabbia, quella rabbia che sento io, quella che si prova quando si ama qualcosa: è rabbia d’amore. La cosa che mi ha creato più sofferenza e vergogna, e credo anche a voi – ha proseguito rivolgendosi al pubblico attento – è che tutto questo sia stato fatto sulla pelle dei migranti, sulla pelle di poveri cristi. Fa male questo, e la trasversalità che ha messo d’accordo un po’ tutti nell’intento di fare soldi».

D’altra parte, «le mafie non sono un mondo a parte, ma una parte del nostro mondo», che sia la Sicilia, il Lazio o l’Emilia: «Non c’è bisogno di una nuova definizione della mafia, ma di una nuova comprensione, perché cambiano sempre pur restando sempre se stesse, si adattano alle trasformazioni della società velocemente e sono bravissime a nascondersi tra noi. Cambiano pelle, vestito, facce e nomi ma sono quelle mafie sempre tutelate da questo o quel potere che permette loro di sopravvivere, ingrassandole di complicità e protezioni».

In questo senso, a prevalere è il bisogno di giustizia, più che di solidarietà, «che persino nella Costituzione, all’articolo 2, è inserita in subordine ai diritti. La distanza tra solidarietà e giustizia è una delle ferite più grandi nel nostro Paese, ma se facciamo in modo che cresca la giustizia, noi dalla dimensione dell’incontro non verremo mai meno, continueremo sempre ad ascoltare le persone», ha aggiunto facendo riferimento alle realtà associative presenti in piazza. «Qui c’è la dimostrazione del bene che non fa chiasso e non fa rumore: sconti non ne facciamo a nessuno, ma dobbiamo darci da fare tutti a far emergere le positività, affinché non si dica che il terzo settore è tutto uguale. L’unità di misura dei rapporti umani è la relazione, e io amo la Chiesa che non si distrae dalle responsabilità della terra».

Dopo avere accennato alle responsabilità dei mass media nel racconto e all’eredità di don Sturzo, che nutriva l’idea della «politica come bene comune» e diceva già tanti anni fa che «la mafia ha i piedi in Sicilia ma la testa a Roma», don Ciotti ribadisce che «carità e giustizia sono indivisibili: mai semplificare, sempre distinguere per non confondere, sì alle verità, anche se ci interrogano e sono scomode».

E mentre si parla di frontiere e permessi di soggiorno, don Ciotti spiega che per lui «i grandi trafficanti non prendono i barconi ma arrivano molto più comodamente», e «nessuno può essere condannato a vita dal suo luogo di nascita: che mondo è – si chiede – quello in cui viene negata la possibilità dell’oltre e dell’altrove?». Per il suo compleanno, il settantesimo, il presidente di Libera ha in mente di festeggiare con una scalata in montagna. Nel suo zaino porterà una Bibbia in inglese: «Me l’ha regalata un pescatore di Lampedusa. Non sappiamo di chi era, l’abbiamo trovata zuppa sul fondo di un barcone. Non so se il proprietario è vivo o morto, so solo che quella Bibbia mi fa sentire che dobbiamo fare di più».

 

30 giugno 2015