Myanamar: la condanna di Aung San Suu Kyi

4 anni di carcere per istigazione contro i militari e violazione delle regole Covid, per la leader di fatto del governo deposto dai militari il 1° febbraio 2021

«Incitamento contro le forze armate» e «violazione della legge sui disastri naturali», vale a dire le norme di contenimento della pandemia di Covid-19. Questi i reati contestati in Myanmar ad Aung San Suu Kyi, la leader di fatto del governo deposto il 1° febbraio scorso dal colpo di stato dei militari. 76 anni, la co-fondatrice della Lega nazionale per la democrazia che ha dominato le uniche elezioni democratiche dal 1960, quelle del 2015 e del 2020 – quelle ribaltate dal golpe militare – è stata condannata a quattro anni di carcere, poi dimezzati dalla giunta, secondo la tv di Stato del Myanmar. La sentenza però potrebbe essere solo la prima: San Suu Kyi infatti è sotto accusa per latri 11 reati, tra cui quelli relativi alla legge sulle comunicazioni e alla legge sull’import-export per aver posseduto in casa apparecchi walkie-talkie. È anche accusata di violazione della legge anticorruzione e di quella sui segreti di Stato. Accuse che potrebbero aggiungere complessivamente 120 anni di reclusione alla sua vicenda personale, già segnata dal carcere e dalla persecuzione durante la dittatura.

Nello stesso tempo, un’ondata di rinvii a giudizio sta colpendo l’intera leadership politica esautorata dal golpe dei militari, che in larga parte è sotto custodia anche se rimane una minoranza impegnata in clandestinità a dare legittimità al governo di unità nazionale. Avviati, complessivamente, procedimenti penali contro 16 personalità politiche, tra cui l’ex presidente Win Myint, condannato alla stessa pena di Aung San Suu Kyi. Il presidente della decaduta Commissione elettorale Hla Thein e due membri della stessa Commissione, Myint Naing e Than Htay, sono già in carcere nella Capitale Nayipidaw, mentre gli altri accusati si trovano agli arresti in località ignote e vi resteranno fino al termine dei procedimenti penali. Anche una leader della minoranza Karen è stata condannata a 75 anni di carcere e a 90 ne sono comminati, sempre per l’accusa di corruzione, a uno stretto collaboratore di San Suu Kyi.

Gli osservatori internazionali, così come quasi tutte le diplomazie, evidenziano l’inconsistenza delle prove e l’accanimento verso il Nobel per la pace del 1991. Per Josep Borrell, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, la sentenza contro Aung San Suu Kyi «rappresenta un altro passo verso lo smantellamento dello Stato di diritto e un’ulteriore palese violazione dei diritti umani». Da Borrell anche un ripetuto appello «per il rilascio immediato e incondizionato di tutti i prigionieri politici». Ha parlato di «processo farsa» anche Michelle Bachelet, Alto Commissario Ue per i diritti umani mentre dagli Stati Uniti il segretario di Stato Anthony Blinken ha condannato la sentenza, ribadendo il sostegno Usa «al popolo birmano, nelle sua aspirazioni alla libertà e alla democrazia» ed esortando la giunta a militare a «ripristinare la transizione democratica in Myanmar».

Nelle parole di Ming Yu Hah, vicedirettore delle campagne sull’Asia di Amnesty International, la «dura condanna» nei confronti della leader della Lega nazionale per la democrazia, a seguito di «accuse fabbricate», è «l’ultimo esempio di quanto le forze armate di Myanmar siano determinate a eliminare ogni forma di opposizione e a distruggere le libertà. Questa sentenza farsesca – aggiunge – si inserisce nel disegno repressivo della giunta al potere, che ha visto oltre 1.300 persone uccise e più di 10mila arresti da febbraio». Nei giorni scorsi anche l’Onu aveva già condannato l’uccisione di 5 manifestanti falciati da un automezzo dell’esercito lanciato sulla folla a Yangon.

7 dicembre 2021