Myanmar, l’appello del presidente dei vescovi per il rilascio dei prigionieri

Il messaggio del cardinale Bo: «È il periodo più difficile della nostra storia. State calmi, non cadete mai vittime della violenza. Abbiamo versato abbastanza sangue»

Porta la data di ieri, 3 febbraio, il lungo messaggio del cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e presidente dei vescovi del Myanmar e della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche. Un testo indirizzato a tutti: al «caro» popolo del Myanmar, anzitutto, ma anche al “Tatmadaw Kyi”, l’esercito birmano che il 1° febbraio ha preso il potere, gettando il Paese nell’incertezza e nella paura, ai leder della Lega nazionale per la democrazia (Nld), ad Aung San Suu Kyi e al presidente della Repubblica Win Myint, alla comunità internazionale.

«Stiamo attraversando il periodo più difficile della nostra storia – le parole del porporato -. Scrivo con amore, rivolgendomi a tutti, alla ricerca di una soluzione duratura e pregando perché finisca per sempre l’oscurità che avvolge la nostra cara nazione». In particolare al popolo è indirizzato l’appello accorato alla calma. «State clami – scrive il presidente dei vescovi -, non cadete mai vittime della violenza. Abbiamo versato abbastanza sangue. Non sia più versato sangue in questa terra. Anche in questo momento così difficile, credo che la pace sia l’unico modo, che la pace sia possibile. Ci sono sempre modi non violenti per esprimere le nostre proteste».

All’esercito birmano il cardinale ricorda che «la democrazia era il filo di speranza per risolvere i problemi di questo Paese un tempo ricco. In milioni hanno votato per la democrazia. La nostra gente crede nel trasferimento pacifico del potere». Facendo quindi riferimento alle accuse di frodi che secondo i militari ci sarebbero state durante le elezioni legislative dello scorso novembre, evidenzia che «avrebbero potuto essere risolte attraverso il dialogo, alla presenza di osservatori neutrali. Si è persa una grande opportunità. Molti leader del mondo hanno condannato e condanneranno questa mossa scioccante. Ancora una volta vi supplico – prosegue -: non ci sia violenza contro il nostro caro popolo del Myanmar».

Nelle parole del cardinale anche un pensiero per le persone in arresto: i «rappresentanti eletti del nostro popolo che appartengono alla Nld» ma anche «molti scrittori, attivisti e giovani. Vi esorto a rispettare i loro diritti e a rilasciarli al più presto – è l’invito -. Non sono prigionieri di guerra; sono prigionieri di un processo democratico. Se prometti democrazia, inizia con la loro liberazione e il mondo ti capirà». Ancora, dal porporato parole di solidarietà e affetto ad Aung San Suu Kyi: «Hai vissuto per il nostro popolo, hai sacrificato la tua vita. Sarai sempre la voce della nostra gente. Prego che tu possa camminare ancora una volta tra la tua gente, sollevando il loro spirito». L’ultimo appello infine è per la comunità internazionale: «Le sanzioni rischiano di far crollare l’economia, gettando milioni nella povertà», osserva l’arcivescovo. Quindi indica una via da seguire: «Coinvolgere gli attori nella riconciliazione. Risolviamo tutte le controversie attraverso il dialogo».

4 febbraio 2021