Nuovo fronte di guerra nel Nagorno Karabakh

L’offensiva militare lanciata dall’Azerbaigian e la richiesta della resa dell’Armenia. Il ministero degli Esteri russo: «Stop alle ostilità». L’appello del patriarca Minassian (Cilicia degli armeni): cessate il fuoco immediato. L’intervento del segretario generale Onu Guterres

Nuovo fronte di guerra ai confini meridionali della Russia. A tre anni dalla firma degli accordi trilaterali tra Russia, Azerbaigian e Armenia (2020-2022), ieri, 19 settembre, le forze di Baku hanno lanciato un’offensiva militare nel Nagorno Karabakh, l’enclave armena nel Caucaso meridionale, avviando un’operazione di terra, secondo quanto denunciato dall’Armenia, per cercare di prendere possesso dei centri urbani. Di qui la denuncia del governo armeno, che ha subito parlato di offensiva «su larga scala» dell’Azerbaigian, chiedendo al Consiglio di sicurezza Onu di adottare misure per fermare le ostilità. Anche i separatisti della regione hanno chiesto a Baku un cessate il fuoco e l’apertura di negoziati ma la risposta della presidenza azera è stata vincolata alla deposizione delle armi da parte dei separatisti e alla dissoluzione del «regime illegale», vale a dire l’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh. In tal caso le autorità dell’Azerbaigian sono pronte ad incontrare gli stessi separatisti nella città azera di Yevlakh.

«Preoccupata» per «l’improvvisa escalation» anche Mosca, da cui è arrivato un appello «a fermare immediatamente gli spargimenti di sangue, a cessare le ostilità e a prevenire vittime tra la popolazione civile», si legge in un comunicato diffuso dall’Agenzia Tass. Dopo aver mediato il cessate il fuoco che nell’autunno 2020 pose fine alla guerra tra Azerbaigian e Armenia – la seconda, dopo quella degli anni ’90 -, la Russia ha nel Karabach quasi 2mila peacekeeper. Ora la nuova crisi evidenzia qualche tensione tra Mosca ed Erevan, per anni strette alleate dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. La Russia, in particolare, non ha perdonato all’Armenia di aver avviato di recenti manovre militari congiunte con gli Usa, accusandola di avere creato «un terreno fertile per la politica ostile dell’Occidente contro la Russia», secondo le parole della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. L’Armenia da parte sua ha lamentato di non essere stata avvertita da Mosca sull’operazione che Baku stava preparando, nonostante l’Azerbaigian abbia detto di avere messo al corrente sia Russia che Turchia. Il motivo, ha replicato Zakharova, è che il Cremlino è stato avvisato dagli azeri solo «pochi minuti» prima del lancio dell’offensiva. «La cosa più importante ora – si legge ancora nella nota della Tass – è tornare immediatamente al rispetto degli accordi trilaterali firmati nel 2020-2022, che stabiliscono tutte le misure per una soluzione pacifica alla questione del Nagorno-Karabakh». Nella serata di ieri intanto alcune decine di persone hanno manifestato davanti all’ambasciata russa a Erevan.

Per il governo di Baku – che ha assicurato di avere preso di mira nei bombardamenti solo infrastrutture militari – si tratta di un’operazione «anti terrorismo», innescata dall’uccisione di 6 suoi cittadini dalla mine piazzate da gruppi armati armeni. Un’accusa, questa, immediatamente  respinta da Erevan. I separatisti intanto parlano di 25 persone uccise e decine ferite, tra le quali anche civili. Soltanto il giorno prima cibo e medicine erano state consegnati al Nagorno-Karabakh dopo che l’Azerbaigian aveva imposto a lungo un blocco al corridoio di Lachin, l’unica arteria che collega l’Armenia all’enclave, affermando che era usata per trasportare armi. Da Baku, il ministero della Difesa dell’Azerbaigian informa dell’apertura di corridoi per evacuare i civili che vorranno lasciare il Nagorno-Karabakh, con l’assistenza dei peacekeeper russi. Per l’Armenia, è la via per una «pulizia etnica».

In moto la comunità internazionale. Per la fine dell’ostilità e l’avvio di negoziati si sta spendendo la Turchia, tradizionalmente vicina all’Azerbaigian, che pure ha giudicato «necessaria» l’operazione di Baku. L’ha definita invece «vergognosa» il segretario di Stato Usa Antony Blinken, che ha avuto colloqui con tutte le parti per porre fine alle ostilità. Ferma condanna anche da parte della Francia, alla quale Baku ha replicato denunciando «la politica islamofoba e anti-azera» della Francia. Intanto a Erevan alcune centinaia di manifestanti si sono riuniti vicino al palazzo del governo chiedendo le dimissioni del premier Nicol Pashinian, accusato di non difendere la popolazione armena del Nagorno-Karabakh. Anche il segretario generale delle Nazioni Uite Antonio Guterres chiede «con la massima forza», si legge in una nota diffusa dal portavoce Stéphane Dujarric, «la fine immediata dei combattimenti, la riduzione dell’escalation e un più rigoroso rispetto del cessate il fuoco del 2020 e dei principi del diritto internazionale umanitario».

Dall’Armenia intanto lancia il suo «appello al cessate il fuoco immediato» il patriarca di Cilica degli armeni Raphaël Bedros XXI Minassian, raggiunto dall’Agenzia Sir. Parlando dell’offensiva militare, riferisce che «hanno colpito anche la Capitale». Esplosioni sono state riportate a Stepanakert, Capitale de facto della regione, e nelle città di Askeran e Martakert. «Ma la cosa più pericolosa – dichiara il patriarca al Sir – è la dichiarazione che stanno bombardando in base all’accordo di pace stipulato con i russi. Una simile dichiarazione ci fa pensare, molto. Penso che ci debba essere una azione internazionale – aggiunge -. Non sono più sufficienti le dichiarazioni di simpatia e di condanna. Ci vuole un atto concreto».

Minassian, ricordano dall’agenzia di stampa della Cei, si è sempre speso per la popolazione armena in Nagorno Karabach, denunciando più volte le condizioni di emergenza umanitaria in cui versano i 120mila residenti di etnia armena nel corridoio di Lachin, vittime di un blocco che impedisce il transito di merci e persone. Di pochi giorni fa la notizia dell’arrivo di un primo convoglio umanitario, che il patriarca definisce «una bugia. I canali non si sono mai aperti – spiega -. Hanno aperto solo l’accesso dalla loro parte ma non il passaggio verso l’Armenia». E la situazione in cui versa la popolazione armena è disperata. «Se vogliono aiutare questo popolo così sfortunato – prosegue -, circondato da tutte le parti, esposto alla fame e alle malattie, calpestato nei diritti umani, ci vuole un cessate il fuoco immediato. Questo è l’atto concreto che chiediamo in questo momento». In quel territorio «ci sono bambini e neonati, anziani e famiglie. Manca il latte, manca il cibo, mancano le medicine. Non c’è gas e luce. Non c’è niente. E’ un popolo già condannato a morte. Salviamolo – è l’esortazione del patriarca -. Dove è la coscienza della comunità internazionale di fronte a simile crimine?».

20 settembre 2023