Paolo VI: apostolato intellettuale, nell’apertura all’uomo

Ritratto del Papa «del dialogo» con monsignor Guido Mazzotta, relatore della causa, al lavoro sulla “positio” dal 1999, e con don Francesco Pesce, parroco e studioso della vita del pontefice. «I romani avevano compreso la sua grandezza»

Oggi gioca a basket, va al college e conduce la vita di qualsiasi altro ragazzo della sua età. Nel 2001, quando era un feto nel grembo della madre, i medici avevano dato per spacciata anche lei se non avesse abortito. Non l’ha fatto. La donna, che viveva in California, si era raccomandata a Paolo VI. Oggi, a motivo di questo caso straordinario che si specchia nel testo dell’enciclica del 1968 Humanae vitae, Giovanni Battista Montini sarà proclamato beato a trentasei anni dalla morte. Lo ricorda ancora quel 6 agosto del ’78 don Francesco Pesce, oggi parroco di Santa Maria ai Monti e studioso della vita di Paolo VI. Roma era deserta, distratta, in vacanza. Per le strade erano poche le persone che attendevano il feretro proveniente da Castel Gandolfo. «Chiesi a mio padre come mai la gente non si inginocchiasse al passaggio del carro funebre. Mi rispose: per non mettere in imbarazzo le istituzioni civili». Perché Paolo VI era «uomo del dialogo, del rispetto, profondissimo, per i suoi interlocutori, fossero essi persone, gruppi sociali o istituzioni». Erano gli anni del Terrore, quelli in cui la notte della Repubblica pareva non volersi mai dileguare. L’anno che porta con sé il «dies amara valde», il «giorno di infinita tristezza», come chiamò Montini quel 9 maggio, venendo a conoscenza dell’uccisione del «buono, mite, saggio, innocente ed amico» Aldo Moro. Per don Francesco i romani «avevano compreso la sua grandezza; vedevano in lui un uomo che portava la croce per la Chiesa, per il mondo, per il suo popolo». Quello delle periferie ad esempio, dove da pontefice si recava per conoscere «il nuovo popolo di Roma». Come avvenne per la sua prima uscita da vescovo dell’Urbe, a Pietralata, dove celebrò la «Missa in Aurora» del 25 dicembre del 1963. «A contatto con la gente, Paolo VI si dava completamente – riflette don Francesco, che si è occupato della stesura del libro dedicato a Montini Paolo VI. Al popolo di Dio che è in Roma, curato da monsignor Virgilio Levi -. Come diceva San Paolo: “Di tutto provate e tenete ciò che è buono”, e questo Montini ha fatto, non avendo paura né del passato né del futuro».

Tutto questo e tanto altro della vita di Paolo VI è presente nei cinque tomi della causa di beatificazione. Monsignor Guido Mazzotta, consultore della Congregazione delle cause dei santi e relatore della causa, ha lavorato sulla “positio” dal 1999: «Abbiamo fatto le cose con calma – dice sorridendo e guardando il primo tomo del processo rilegato in rosso porpora -. Abbiamo portato tutte le prove, sia quelle a favore che contro le virtù eroiche del futuro beato». Ne è venuto fuori il «grande tema dottrinale dominante del suo magistero: quello dell’apostolato intellettuale. Montini era un formatore, basti pensare agli anni trascorsi come assistente ecclesiastico alla Federazione universitaria cattolica italiana, la Fuci». A lui «interessava Gesù Cristo e la Sua verità» che portò in giro per il mondo in quei viaggi che «disegnano – aggiunge monsignor Mazzotta – una ben precisa geografia missionaria». Viaggi animati da quell’apertura all’uomo presente nell’enciclica Ecclesiam suam, «dove i tre cerchi concentrici indicano il dialogo interno alla Chiesa, con i fratelli separati e con gli atei». Ma oltre alle encicliche, per monsignor Mazzotta, «rimarranno nella storia anche i discorsi di Paolo VI, come quello fatto all’Onu nel 1965 in cui si parlava della Chiesa come “da 2000 anni esperta di umanità”, o quello delle Filippine nel ’70 in cui affermava di essere lì non per fare politica, ma “solo” per annunciare Cristo».

15 ottobre 2014