Pena di morte, le esecuzioni nel mondo al minimo storico degli ultimi 10 anni

Amnesty International: diminuzione del 5%. Record in Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen. 20 i Paesi coinvolti. Al primo posto sempre la Cina

Nel 2019 si è registrata una diminuzione generale delle esecuzioni nel mondo: sono state almeno 657, a fronte delle almeno 690 del 2018. È la notizia che arriva da Amnesty International, nel Rapporto globale sulla pena di morte nel mondo, pubblicato oggi, 21 aprile. Il numero più alto di esecuzioni in un solo anno è in Arabia Saudita, dove le autorità hanno messo a morte 184 persone. In Iraq il numero delle esecuzioni è raddoppiato e l’Iran continua a venire subito dopo la Cina, «dove il numero esatto di persone messe a morte resta un segreto di stato». Tuttavia, questi Stati sono in controtendenza rispetto alla tendenza globale, che ha visto una diminuzione delle esecuzioni per il quarto anno consecutivo: almeno 657 nel 2019, a fronte di almeno 690 del 2018. È il minimo storico dell’ultimo decennio.

«Disumana e ripugnante». La direttrice di Amnesty International per la ricerca e l’advocacy Clare Algare definisce così la pena di morte. «Non esistono prove attendibili – aggiunge – che essa scoraggi i reati più della pena detentiva. La vasta maggioranza dei Paesi lo riconosce e vedere che le esecuzioni continuano a diminuire in tutto il mondo è incoraggiante. Tuttavia – prosegue – vi è un numero limitato di Paesi che, in controtendenza, ha fatto sempre più ricorso alle esecuzioni». È il caso dell’Arabia Saudita, «dove è stata utilizzata anche come arma nei confronti dei dissidenti politici: uno sviluppo preoccupante. Così come è stato sconcertante l’enorme aumento di esecuzioni registrato in Iraq, quasi raddoppiate in un solo anno».

amnesty, condanne a morte, esecuzioni dal 2010-2019

Stando ai dati del Rapporto, dunque, i cinque Paesi con il maggior numero di esecuzioni nel 2019 sono Cina (migliaia), Iran (almeno 251, di cui 4 minorenni all’epoca del reato), Arabia Saudita (184), Iraq (almeno 100, rispetto alle 52 del 2018, soprattutto esponenti del gruppo armato “Stato islamico”) ed Egitto (almeno 32). «Altri Paesi con numeri alti di esecuzioni, tra i quali Iran, Corea del Nord e Vietnam, hanno continuato a nascondere il loro pieno ricorso alla pena di morte limitando l’accesso alle informazioni in merito», affermano da Amnesty International. 20 in tutto i Paesi responsabili del numero totale di tutte le esecuzioni nel mondo, tra i quali Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen, che hanno messo a morte un numero sostanzialmente maggiore di persone nel 2019 rispetto al 2018. In Sud Sudan in particolare sono state messe a morte almeno 11 persone nel 2019, il numero più alto mai registrato dall’indipendenza nel 2011. Anche il Bahrain ha ripreso le esecuzioni dopo  un anno, mettendo a morte tre persone.

«Persino i Paesi più convinti fautori della pena di morte trovano difficoltà nel giustificarne il ricorso e scelgono la segretezza – riferisce Algar -. Molti di essi si sforzano di nascondere le modalità di ricorso alla pena di morte, essendo consapevoli che non reggerebbero al vaglio internazionale. Le esecuzioni si svolgono in segreto in tutto il mondo. In alcuni Paesi, dalla Bielorussia al Botswana fino all’Iran e al Giappone, le esecuzioni sono condotte senza informare preventivamente i familiari, avvocati o in alcuni casi gli interessati stessi». Di qui la richiesta «a ogni singolo Stato di abolire la pena di morte. Bisogna esercitare una pressione a livello internazionale sui pochi che ancora la applicano perché mettano fine per sempre a questa pratica disumana»

L’abolizione globale sembra a portata di mano. La tendenza globale vede infatti una diminuzione delle esecuzioni per il quarto anno consecutivo. Per la prima volta dal 2011, c’è stato un calo nel numero di Paesi in cui è stata applicata la pena di morte nell’area dell’Asia e del Pacifico, con esecuzioni in sette nazioni. Giappone e Singapore hanno drasticamente ridotto il numero di persone messe a morte, rispettivamente da 15 a 3 e da 13 a 4. Per la prima volta dal 2010 non sono state registrate esecuzioni in Afghanistan. Anche a Taiwan e in Thailandia, dove nel 2018 c’erano state esecuzioni, sono state registrate delle sospensioni; al contempo, Kazakistan, Russia, Tagikistan, Malesia e Gambia hanno continuato a rispettare le moratorie ufficiali.

In totale sono 106 i Paesi che in tutto il mondo hanno abolito la pena di morte dal loro ordinamento per tutti i reati e 142 quelli che l’hanno abolita nella legge o nella prassi. «Inoltre, molti Paesi hanno compiuto progressi positivi nel mettere fine alla pena di morte-  si legge nel Rapporto -. Ad esempio, il presidente della Guinea Equatoriale ad aprile ha annunciato che il governo introdurrà una normativa atta ad abolire la pena di morte. Sviluppi positivi che potrebbero portare all’abolizione della pena di morte sono stati registrati anche nella Repubblica Centrafricana, in Kenya, Gambia e Zimbabwe. Anche le Barbados hanno eliminato la pena di morte obbligatoria dalla Costituzione». Ancora, «negli Usa, il governatore della California ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni nello Stato americano, che registra il maggior numero di persone nel braccio della morte, e il New Hampshire è divenuto il 21° Stato americano ad abolire la pena di morte per tutti i reati». Tuttavia, «alcuni tentativi nelle Filippine di reintrodurre la pena di morte per “reati efferati legati a sostanze stupefacenti e frodi” e le azioni dello Sri Lanka per la ripresa delle esecuzioni per la prima volta in oltre 40 anni hanno compromesso i progressi verso l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Il governo federale statunitense ha anche minacciato di riprendere le esecuzioni dopo quasi venti anni dall’ultima persona messa a morte».

21 aprile 2020