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PerugiAssisi: «Togliere la parola alle armi e ridarla alla politica»

L’appello finale dell’edizione straordinaria della Marcia per la pace dedicata all’Ucraina, che si è svolta il 24 aprile. Il vescovo Sorrentino (Assisi): «Si apra la diplomazia del dialogo»

di Redazione online pubblicato il 26 Aprile 2022
(foto: Siciliani - Gennari/Sir)
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Oltre 20mila persone si sono messe in cammino, domenica 24 aprile, per ribadire con forza il loro desiderio e insieme il loro impegno per la pace, nell’edizione straordinaria della Marcia PerugiAssisi dedicata all’Ucraina devastata da due mesi di guerra. Attivisti di associazioni e movimenti, ragazzi delle scuole, famiglie, singoli cittadini, che hanno manifestato anche in diverse altre città d’Italia. E al termine della Marcia per la pace, hanno lanciato il loro appello. «Al presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, ai presidenti della Camera dei deputati Roberto Fico, alla presidente del Senato della Repubblica chiediamo un incontro per riflettere sulle proposte della Marcia PerugiAssisi per fermare l’escalation, togliere la parola alle armi e ridarla alla politica. Le sorti dell’Ucraina, dell’Europa, del diritto all’autodeterminazione dei popoli, della libertà, della democrazia e della pace nel mondo – si legge nel testo – sono troppo importanti per essere lasciate nelle mani dei signori della guerra».

I promotori della Marcia hanno rilanciato l’appello rivolto da Papa Francesco: «A tutti chiedo di accrescere la preghiera per la pace e di avere il coraggio di dire, di manifestare che la pace è possibile». Di qui il sostegno all’iniziativa del segretario generale Onu Antonio Guterres di «avviare in prima persona un negoziato globale per la pace anche coinvolgendo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite». Un appello specifico anche ai giornalisti e agli operatori dell’informazione e della comunicazione: «Dare voce e spazio alla pace e alla ricerca collettiva delle sue vie. Basta con i megafoni di guerra. Basta con la propaganda di guerra. La pace merita almeno lo stesso spazio occupato dalla guerra».

Da ultimo, a tutte le donne e gli uomini «amanti della pace» viene proposto di «studiare per accrescere la capacità dei costruttori e delle costruttrici di pace di alzare un argine alla diffusione della cultura fratricida della guerra e di divenire artigiani di pace. Prendiamoci cura gli uni degli altri – l’esortazione -, dell’ambiente e del pianeta che sta implorando il nostro cambiamento».

Prendendo spunto dall’invito del Papa ad «accrescere la preghiera per la pace», ai partecipanti alla PerugiAssisi straordinaria il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino Domenico Sorrentino ha ribadito che «il fondamento di una cultura della non-violenza che non si limiti a dire “no” alle armi sta proprio nella forza “strategica” della parola pace, che forse facciamo fatica a percepire». Da solo infatti il “no” alle armi «potrebbe essere ambiguo. A chi è aggredito potrebbe apparire persino cinico, come una complicità con l’aggressore». La chiave di volta, nelle parole del presule, è in quell’«invito alla conversione di ciascuno di noi ma anche delle nostre istituzioni e delle nostre politiche» racchiuso nell’invito alla preghiera. «Noi cristiani siamo convinti – in sintonia con quanti esprimono la loro fede in modi diversi, come avvenne nella preghiera per la pace elevata qui da Giovanni Paolo II con i leader religiosi del mondo il 27 ottobre 1986 e da noi rilanciata il 27 di ogni mese – che se non ritroviamo il senso di Dio come unico Signore della vita, di ogni vita, e come fondamento della nostra fraternità, non avremo abbastanza forza per riconoscere, anche come base delle nostre istituzioni nazionali e internazionali fino all’Onu, che nessuno di noi è padrone della vita, e nessuno può credersi in diritto di usare la forza per risolvere alla sua maniera i problemi del mondo», ha continuato.

Nell’analisi di Sorrentino, «la cultura della non-violenza è oggi di fronte a una sfida: dimostrare di avere la capacità di difendere veramente gli aggrediti sostenendo una diplomazia che poggi non su equilibri di potere ma sulle ragioni della fraternità. È questa la diplomazia che serve – ha rilevato -. Papa Francesco si è messo a disposizione». E ancora: «Questa piazza è la grande scuola della diplomazia della pace di cui è maestro il Poverello di Assisi. Noi vogliamo aiutare le diplomazie ascoltando l’invito del Papa a compiere il primo atto, direi “popolare”, di questa diplomazia, e cioè un atto di verità con noi stessi e dentro noi stessi, di cui è appunto espressione la preghiera, o, per chi non sa pregare, la meditazione sul senso della vita e del mistero che la avvolge».

Concludendo, il vescovo di Assisi ha chiesto quindi «un minuto di silenzio orante, in cui ciascuno di noi si faccia carico intimamente delle sofferenze di tanti fratelli che stanno morendo e soffrendo in questa guerra e in tutte le guerre del mondo. Un silenzio orante che sia anche un atto di umiltà, in cui ci riconosciamo tutti “custodi” dei fratelli e delle sorelle, e facciamo arrivare un sentimento di fraternità persino a coloro che consideriamo nemici o che sono responsabili della guerra, chiedendo a Dio di toccare i loro cuori. Questa piazza di pace – ha aggiunto – diventi, almeno idealmente, il luogo ospitale di una diplomazia che metta subito fine a questa sciagurata guerra e ponga le premesse di una pace giusta e duratura in Europa e nel mondo».

26 aprile 2022

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