Piazza Vittorio in preghiera per la fine del Ramadan

Il parroco di Sant’Eusebio don Bonicalzi, presente con il vescovo Zuppi: «Un’integrazione è possibile. Serve la pazienza di gesti piccoli e semplici»

Il parroco di Sant’Eusebio don Sandro Bonicalzi, presente con il vescovo Zuppi: «Un’integrazione è possibile. Serve la pazienza di costruire gesti piccoli e semplici»

«Non è un quartiere facile da descrivere», sorride don Sandro Bonicalzi appoggiato al muretto in cima alla scalinata della sua parrocchia, Sant’Eusebio all’Esquilino. I portici slanciati e anneriti abbracciano piazza Vittorio, capolavoro ottocentesco di Gaetano Koch e oggi cuore multietnico di un rione dove, fin dal primo mattino, gli odori di spezie e soffritto tentano i gatti oziosi sui ruderi. Venerdì scorso, il 17 luglio, era l’ultimo giorno di Ramadan, e piazza Vittorio, tra il frastuono dei tram e un caldo asfissiante, era una distesa di stuoie e uomini inginocchiati per la celebrazione dell’Eid al-Fitr.

Alla ricorrenza, che conclude il mese del digiuno, ha partecipato anche don Sandro, con il vescovo ausiliare per il settore Centro Matteo Zuppi. La loro presenza è stata notata dai passanti e i negozianti, quasi tutti cinesi, che si affacciano sui pavimenti ondulati del quadrilatero porticato. «Partecipavo per la prima volta ma – spiega il parroco – per me è un evento che si inserisce dentro una storia, sono amico con molti di loro da diversi anni». Esattamente da quando, quattro anni fa, è sorto, adiacente alla parrocchia, un centro culturale che di fatto è una moschea, la quarta nel rione, insieme a quelle di via di San Vito, via Bixio e quella nei pressi di via Manzoni. Don Sandro era al suo quinto anno da parroco a sant’Eusebio, e «all’inizio – ammette – non ero entusiasta, temevo la vicinanza di due comunità religiose. Eppure non c’è stato mai un litigio, mai motivi di tensione. Anzi, sono nati rapporti di amicizia. Capita che qualcuno porti cibo per i nostri poveri, e puliamo insieme la piazzetta sulla quale ci affacciamo, cercando di tenerla bella».

I lampioni di piazza Vittorio sono un po’ storti ma eleganti, come la cancellata e le finestre dei palazzi pesca e rosa antico. I bambini della parrocchia si rincorrono, tra uomini in abiti tradizionali che entrano ed escono dalla moschea. «Dobbiamo far venire fuori il meglio di noi stessi. Il nostro rapporto – prosegue don Sandro – è basato sulla stima. Sabato scorso ero a mangiare con loro a fine digiuno, li ho invitati al pellegrinaggio che facciamo al Santuario del Divino Amore e uno mi ha risposto: “Anche noi facciamo i pellegrinaggi, ogni passo che fai è una preghiera”. Noi facciamo i venerdì culturali, qualcuno di loro è venuto: anche nella diversità è possibile camminare insieme».

All’Esquilino la diversità, d’altra parte, è di casa: tra le bancarelle colorate e gli anziani che ricordano il mercato quand’era all’aperto, latinoamericani, filippini, indiani e cinesi si muovono in questa miniatura del mondo, in un bazar di lingue affollate di vocali e stoffe ricamate di lustrini dove, secondo don Sandro, «le potenzialità sono grandi. Basta  sconfiggere la paura e avere il coraggio di non nascondersi». Con la comunità cinese, per la quale la parrocchia organizza già una scuola in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio e la cappellania cinese, a settembre si farà una grande festa delle famiglie per celebrare la festa della luna, che segna il passaggio all’autunno. In questo rione per alcuni aspetti dimenticato «un’integrazione – don Sandro ne è convinto – è possibile nel momento in cui non ci si ferma alle idee ma si guarda ai fatti. Serve la pazienza di costruire gesti piccoli e semplici. Un fatto, da solo, vale più di mille pensieri. Gesù, d’altra parte, andava in giro e stava con la gente, non è che chiedeva la carta d’identità».

20 luglio 2015