Pizzaballa: «Cristo è a Gaza, crocifisso nei feriti, sepolto sotto le macerie, presente in ogni atto di misericordia»
La conferenza stampa con il patriarca greco ortodosso Teofilo III, per fare un bilancio sulla visita di solidarietà alla comunità cristiana, dopo l’attacco del 17 luglio. Teofilo: «Il silenzio di fronte alla sofferenza è tradimento della coscienza»
«Cristo non è assente da Gaza. Lui è lì, crocifisso nei feriti, sepolto sotto le macerie eppure presente in ogni atto di misericordia, in ogni candela nell’oscurità, in ogni mano tesa verso chi soffre». Il patriarca latino di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa lo ha affermato con chiarezza questa mattina, 22 luglio, aprendo nella Città Santa la conferenza stampa congiunta con il patriarca greco ortodosso Teofilo III. L’obiettivo: fare un bilancio della loro visita di solidarietà alla comunità cristiana locale dopo l’attacco israeliano alla parrocchia latina della Sacra Famiglia, il 17 luglio scorso, nel quale 3 persone sono rimaste uccise. Una decina i feriti.
Sul tavolo anzitutto l’emergenza aiuti, che, nelle parole del porporato, «non sono solo necessari, sono una questione di vita o di morte. Ogni ora senza cibo, acqua, medicine e riparo causa un profondo dolore, è una condanna. Lo abbiamo visto – ha riferito -: uomini che resistono al sole per ore nella speranza di un semplice pasto. Questa è un’umiliazione difficile da sopportare quando la si vede con i propri occhi. È moralmente inaccettabile e ingiustificabile. Sosteniamo pertanto il lavoro di tutti gli attori umanitari, locali e internazionali, cristiani e musulmani, religiosi e laici, che stanno rischiando tutto per dare vita a questo mare di devastazione umana».
Ai leader «di questa regione e del mondo» i due patriarchi hanno rivolto un appello che richiama quello lanciato da Papa Leone nell’Angelus di domenica scorsa, 20 luglio: «Non può esserci futuro basato sulla prigionia, sullo sfollamento dei palestinesi o sulla vendetta. Deve esserci una via che restituisca loro la vita, la dignità e tutta l’umanità perduta. È ora di porre fine a questa assurdità, di porre fine alla guerra e di dare priorità assoluta al bene comune delle persone» Di qui la preghiera e l’invocazione «per la liberazione di tutti coloro che sono stati privati della libertà, per il ritorno dei dispersi, degli ostaggi e per la guarigione delle famiglie che soffrono da tempo, in ogni parte».
Nell’analisi di Pizzaballa, «quando questa guerra sarà finita avremo un lungo cammino davanti a noi per iniziare il processo di guarigione e riconciliazione tra il popolo palestinese e il popolo israeliano, a partire dalle troppe ferite che questa guerra ha causato nella vita di troppe persone. Una riconciliazione autentica, dolorosa e coraggiosa. Non dimenticare, ma perdonare – l’indicazione di rotta -. Non cancellare le ferite, ma trasformarle in saggezza. Solo un percorso del genere può rendere possibile la pace, non solo politicamente, ma anche umanamente. Come pastori della Chiesa in Terra Santa, rinnoviamo il nostro impegno per una pace giusta, per una dignità incondizionata e per un amore che trascende ogni confine. Non trasformiamo la pace in uno slogan, mentre la guerra rimane il pane quotidiano dei poveri», ha esortato.
Riguardo alla visita alla parrocchia di Gaza guidata da padre Romanelli – anche lui tra i feriti nell’attacco -, il patriarca ha aggiunto: «Non siamo venuti come politici o diplomatici, ma come pastori. La Chiesa, l’intera comunità cristiana, non li abbandonerà mai». Tuttavia, ha evidenziato, «è importante sottolineare e ripetere che la nostra missione non è per un gruppo specifico, ma per tutti. I nostri ospedali, rifugi, scuole, parrocchie – San Porfirio, la Sacra Famiglia, l’Ospedale Arabo Al-Ahli, la Caritas – sono luoghi di incontro e condivisione per tutti: cristiani, musulmani, credenti, dubbiosi, rifugiati, bambini».
Ancora: «Siamo tornati da Gaza con il cuore spezzato – sono ancora le parole di Pizzaballa -. Ma anche incoraggiati dalla testimonianza di molte persone che abbiamo incontrato. Siamo entrati in un luogo di devastazione, ma anche di meravigliosa umanità. Abbiamo camminato tra la polvere delle rovine, oltrepassando edifici crollati e tende ovunque: nei cortili, nei vicoli, per le strade e sulla spiaggia. Tende che sono diventate case per chi ha perso tutto. Ci siamo fermati tra famiglie che hanno perso il conto dei giorni dell’esilio perché non vedono l’orizzonte per un ritorno. I bambini parlavano e giocavano senza battere ciglio: erano già abituati al rumore dei bombardamenti». Eppure, ha aggiunto, «in mezzo a tutto questo, abbiamo incontrato qualcosa di più profondo della distruzione: la dignità dello spirito umano che si rifiuta di spegnersi. Abbiamo incontrato madri che preparavano il cibo per gli altri, infermiere che curavano le ferite con dolcezza e persone di ogni fede che pregavano ancora il Dio che vede e non dimentica mai», è la testimonianza.
Anche Teofilo ha raccontato di «un popolo schiacciato dal peso della guerra, ma che portava in sé l’immagine di Dio. Tra le mura diroccate della chiesa della Sacra Famiglia e i cuori feriti dei suoi fedeli – h riferito -, abbiamo assistito sia a un profondo dolore che a una speranza incrollabile. Ci siamo inginocchiati in preghiera accanto agli afflitti e abbiamo imposto le mani su coloro che chiedevano a conforto». In tempi di devastazione, ha ribadito, «la missione della Chiesa è radicata nel ministero della presenza, dello stare accanto a coloro che piangono, del difendere la sacralità della vita e del testimoniare la luce che nessuna oscurità può spegnere».
Per questo, «abbiamo camminato tra i feriti, i sofferenti, gli sfollati e i fedeli la cui dignità rimane intatta nonostante l’agonia», ha continuato il patriarca greco ortodosso, lanciando insieme al suo omologo latino un appello alla comunità internazionale: «Il silenzio di fronte alla sofferenza è un tradimento della coscienza. Ai bambini di Gaza, affermiamo: la Chiesa vi è accanto. E a tutti coloro che detengono il potere, facciamo eco al comando del Signore: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Che questo momento sia un richiamo alla coscienza e che la misericordia di Dio guidi ogni mano che cerca di riparare ciò che è stato lacerato».
22 luglio 2025

