“Resto” con Niccolò Agliardi

Intervista al cantautore (autore anche per Eros Ramazzotti e Bryan Adams), neo padre in affido, che il 22 settembre presenta la sua prima antologia alla Feltrinelli di via Tomacelli

Niccolò Agliardi è un cantautore prezioso. Nel senso letterale del termine. I suoi testi sono piccole perle, la sua delicatezza cosa rara. Non è il classico sforna tormentoni, e in radio, purtroppo, non ci bombardano con le canzoni, ma da Laura Pausini (è autore e compositore del disco “Simili” – nomination per i Latin Grammy Awards 2017, tra le varie scritte per lei) a Damien Rice, da Eros Ramazzotti a Bryan Adams, in tanti lo scelgono come autore.

Il 14 settembre esce la sua antologia intitolata “Resto”, composta dai 2 cd “Ora” e “Ancora” e contenente 25 brani, tra quelli che ripercorrono la sua fitta carriera, tratti dai quattro dischi precedenti (“1009 giorni”, “Da Casa A Casa”, “Non Vale Tutto” “Io non ho finito”), due cover, “Naviganti” di Ivano Fossati e “Stiamo come stiamo” del duo Mia Martini-Loredana Bertè, e tre inediti, il cui primo “Johnny” è già in rotazione radiofonica e nasce dalla recente esperienza di Agliardi come genitore affidatario. Una storia di cui ci parlerà ampiamente nell’intervista e che sicuramente emergerà anche nell’incontro con i fans alla presentazione di “Resto” alla Feltrinelli Roma Red Tomacelli (Via Tomacelli, 23) il prossimo 22 settembre alle 18.30.

Il brano nasce da una chiacchierata con Gino Pacifico ed è stato prodotto dal trio Tommaso & Giacomo Ruggeri e Giordano Colombo che hanno curato anche la maggior parte degli arrangiamenti di “Resto” (gli altri due inediti, invece, sono stati prodotti da Corrado Rustici).  «Mentre ti fai valere adesso/ o almeno ci provi/ con quello che hai imparato in strada/ con i tuoi occhiali nuovi/ se hai risparmiato con i tuoi anni di poche parole/ di un cuore in frantumi/ in un paese di scelte obbligate, di bei panorami/ nella provincia di un paio di birre/ e in una casa di pace e di guerre», canta Agliardi pensando a Francesco, 18 anni, da poco tempo con lui.

«Johnny – ha scritto il cantautore presentando l’album – è il ritratto di un adolescente liberamente ispirato a ciò che recentemente è accaduto nella mia vita. Ho scelto di intraprendere un percorso da genitore affidatario ed è così che, quasi all’improvviso, mi ritrovo nel nuovo ruolo di padre di un ragazzo che ha visto “il mare da tutti le parti ma non il futuro”. Il mio compito è quello di insegnare a costruirselo appena dopo averlo sognato. In un paese che promette molto ma non sempre mantiene. Johnny è mio figlio, ma potrebbe essere uno dei tantissimi ragazzi italiani che, bombardati da milioni di sollecitazioni digitali, fanno fatica a immaginare per loro un progetto concreto e duraturo. Un mestiere che li gratifichi e che preveda, prima della ricompensa la necessaria fatica per ottenerla».

Di esperienza con i giovani, il cantautore milanese, classe 1974, ne ha già fatta. È collaboratore alla cattedra di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Milano e docente di tecniche di scrittura creativa. Direttore artistico e compositore delle canzoni originali della colonna sonora per le tre stagioni della serie tv record di ascolti “Braccialetti Rossi”, che gli è valsa diversi premi, è anche autore e conduttore di “dimmidite”, originale programma trasmesso da RaiUno tra giugno e luglio scorsi, con storie straordinarie trasformate in canzoni e assegnate ai big della musica italiana.

Un’antologia serve sempre a fare il punto su un percorso, che sia di bilancio o di ripartenza. Come racconti il tuo percorso artistico e umano in questo momento?
In realtà non volevo fare un bilancio. Mi sono adoperato con i miei musicisti perché c’erano delle canzoni che amavo profondamente, ma che riascoltate oggi non mi convincevano con gli arrangiamenti, come se non c’entrassero niente. Mi sono accorto con questa antologia che certe volte ci si dimentica da dove si è partiti. Semplicemente ho fatto in modo che canzoni che avevo scritto, magari dieci anni fa, non fossero invecchiate. Le canzoni hanno questa magia di poter essere ritoccate quante volte si vuole, senza cambiarne il senso. Non è quindi un bilancio ma nuova sfida che mi hanno chiesto le canzoni.

Parliamo di Francesco, il tuo figlio in affido cui è ispirata “Johnny”…
Più che di Francesco vorrei parlare dell’esperienza che mi e ci riguarda. Avevo fatto un percorso di affido un po’ come se fosse un desiderio di impegnarmi, ma poi l’esperienza in sé non era nelle mie previsioni immediate. Tutto è nato grazie a una puntata di “dimmidite”, in cui abbiamo trattato un storia di affido e mi sono molto appassionato a questa pratica, di cui sapevo poco, ma ho scoperto essere molto presente in Italia. Mi sono rivolto all’associazione l’Albero della vita, sono stati molto capaci di seguirmi. Ho capito che per me era impossibile prendere un bimbo piccolino, essendo anche genitore single. Un giorno mi hanno chiamato e mi hanno proposto questa storia. Ci siamo incontrati, c’è stato un avvicinamento graduale e poi abbiamo scelto insieme di fare questo percorso per un po’, e non so quanto durerà, perché lui ha già 18 anni. Sto cercando di accompagnarlo a una forma di autonomia. Chiaro che è un’iniezione di novità totali nella mia vita. Impari a pensare per due, occuparsi della spesa per due, delle lavatrici per due, dell’economia per due, a dividere lo spazio per due, e soprattutto impari l’affetto, e tutto quello che hai vissuto e imparato fino a questo momento impari a condividerlo e insegnarlo. Un percorso di questo tipo prevede un po’ di incoscienza, un po’ di coraggio, ma anche molta responsabilità. Ho imparato che essere generosi è bellissimo ma costa fatica, in termini di rinuncia, di impegno anche economico, di serietà. Oggi credo che la generosità sia un valore da rispettare, prima non lo sapevo.

Nell’altro inedito, “Di cosa siamo capaci”, parli di famiglia o “quel che in parte ci somiglia”: cosa volevi dire?
Questa canzone nasce prima del mio incontro con Francesco, ma in qualche modo ha precorso un tempo. Volevo raccontare tutte le belle famiglie, senza bandiere e senza militanza. Quelle che non hanno bisogno di definizioni, quelle in cui ti senti rappresentato.

“Resto”, la title track, è un modo per dire che non volti le spalle davanti alle cose importanti, anche quando questo richiede fatica. Quando lo hai pensato l’ultima volta?
Ormai lo penso tutti i giorni, in questi giorni. Io sono all’inizio di un percorso difficile con Francesco, ma ne ho piena consapevolezza. Tutte le mattine mi sveglio e penso: “Quale sarà la lotta di oggi?”. È tutto complicato, ma come per tutte le cose difficili, quando poi scavalli l’ostacolo ti senti sempre bene. Nell’esperienza dell’affido ogni giorno c’è una quota di frustrazioni, una quota di “non ho capito”, di “perché mi hai risposto cosi”, ma poi quando la sera arriva un abbraccio, pensi che un  altro pezzo di strada lo hai fatto.

In “Quattro quarti” c’è un Dio che non sa più cosa darti all’ennesimo padre Nostro. Tu preghi?
Sì, prego, magari distrattamente, in maniera poco organica. Mi capita soprattutto di ringraziare. Ultimamente lo faccio spesso.

Nel 2011 ti avevamo chiesto se avresti mai scritto una canzone come “L’ultimo giorno di inverno”, che racconta la poesia di una Milano da scoprire, per Roma. Oggi potrebbe ispirarti ancora Roma?
Ho vissuto molto Roma e a Roma negli ultimi due anni. Vivo a Roma la metà del mio tempo e la guardo con molto amore, ma quasi con lo snobismo di un milanese, di uno che ha la fortuna di vivere in una città dove tutto funziona. Guardo Roma e penso: «Che peccato che di fronte a tanta bellezza ci si perda tutti nelle buche!», in senso simbolico. Oggi, senza offendere nessuno, non potrei scrivere una canzone tenera per Roma, ma magari allegra, sì, Roma mi fa sempre un sacco ridere, e poi con l’ironia si possono dire tante cose!

11 settembre 2018