“Un sacchetto di biglie”, la tragedia della Shoah vista dai bambini

Nelle sale il film tratto dall’omonimo romanzo di Joseph Joffo. Una produzione franco canadase (regia di Christian Duguay), che ha l’obiettivo di parlare anzitutto ai giovani

Verso la fine della seconda guerra mondiale, la situazione nella Francia occupata dai nazisti si fa particolarmente pericolosa. Due giovani fratelli ebrei, Maurice e Joseph, vengono mandati dai genitori a ricongiungersi con il resto della famiglia. I due devono fare ricorso a coraggio, astuzia e vincere tanta paura per arrivare alla fine delle ostilità. All’origine del film c’è “Un sacchetto di biglie”, il romanzo omonimo di Joseph Joffo, un best–seller internazionale scritto trenta anni dopo gli eventi.

«Il libro è detto in prima persona – fa notare il regista Christian Duguay – mentre al contrario il film sposa sempre il punto di vista del bambino senza la distanza creata dal narratore. È una storia di formazione all’interno della quale i due vivono avvenimenti così incredibili che quando Joseph torna a Parigi, quasi due anni dopo, non è più lo stesso». Il film, una produzione franco–canadese, è nelle sale dal 18 gennaio, finalizzato a un utilizzo in occasione della Giornata della memoria (27 gennaio), destinata a ricordare con varie e rinnovate modalità il periodo della Shoah.

Già regista di “Belle e Sebastien” (2009), altro film a forte valenza educativa, Duguay ha affrontato la pagina scritta con piglio sicuro e capacità di diluire paure ed emozioni. I bambini gettano lo sguardo sui fatti e quello che vedono è quanto di più orribile la realtà possa proporre loro. Vivono una quotidianità fatta di incertezze, che li costringe a rifugiarsi in posizioni di timore forte fino al pianto (il momento del distacco dai genitori). Nascono così reazioni dettate da una impulsività che diventa sfrontatezza, quasi follia e coraggio nato dalla disperazione. Arriva però il momento in cui la follia della guerra sembra avviata a tacere. Tornare a casa e non trovare più l’amato papà Roman è per i due l’ultimo, insopportabile dolore.

«Nel film – precisa ancora Duguay – l’universo familiare è molto importante: ogni volta che i genitori di Jo e i loro figli si ritrovano, si doveva sentire quanto stanno bene insieme, e questo passa anche dalla musica. Anche in una scena che dura soltanto dieci secondi ma fa capire tutto». Doloroso e vero, il film si propone come opera senz’altro di qualità soprattutto nei confronti di quei giovani per i quali non è fuori luogo stimolare il senso del ricordo verso avvenimenti mai vissuti di persona eppure con la necessità di affidarsi a una memoria vigile e sorvegliata.

Oggi in effetti la velocità della comunicazione ha agito in modo tale da cancellare una qualunque modalità di ricordo. I ragazzi detti “millennials” hanno dietro di sé uno scenario che resta ancorato a pochi giorni e pochi cambiamenti, non sono in grado di inscenare dispute dialettiche tra passato e futuro, vivono un presente unico. Forse uno spiraglio lo si può trovare nel finale con la sequenza, bella e densa di emozione, che mostra i due fratelli oggi, invecchiati e sorridenti seduti a un bistrot dell’amata Parigi. Del resto l’universalità di questa storia è un dato certo non secondario: è ciò che emoziona il lettore da quando è uscito il libro, e ora forse anche il pubblico del grande schermo.

22 gennaio 2018