«Una storia senza nome», il giallo di Andò tra cronaca e politica

Dal 20 settembre nelle sale la pellicola presentata a Venezia; un film sul cinema, un atto di fede, ironico e paradossale, sulle sue capacità di investigare la realtà e di trascenderla

Valeria, segretaria di un produttore cinematografico, vive sullo stesso pianerottolo della madre Amalia, donna raffinata, e scrive in incognito per uno sceneggiatore di successo, Alessandro Pes. L’inizio mette insieme più suggestioni: da un lato Pes arriva nell’ufficio del produttore, dovrebbe portare la stesura finale di un copione ma in realtà prende tempo e ne approfitta per chiedere un congruo anticipo sul compenso; dall’altra Valeria riceve la visita di un misterioso uomo, che le consegna la trama di un film. Si tratta di due momenti che si muovono scollegati tra loro e gettano le premesse per un bel clima di mistero e di suspense. Chi è quello sconosciuto che si è presentato a casa di Valeria, e perché le ha regalato proprio quella trama? E perché Pes dice che il suo manoscritto non è pronto, e vive in pratica di rendita su lontani successi del passato? Si tratta di interrogativi che si fanno via via più incalzanti a mano a mano che la trama si dipana e poggia su tasselli non semplici da definire.

Ci sono le migliori premesse alla base di Una storia senza nome, il film, visto qualche giorno addietro alla Mostra di Venezia nella sezione “fuori concorso”, dal 20 settembre nelle sale italiane. Classe 1959, Roberto Andò, nato a Palermo, è regista che occupa nel panorama italiano un posto di sicura originalità. Difficili da dimenticare alcuni suoi film, il primo Il manoscritto del Principe (1999), sorta di inquieto puzzle esistenziale ispirato a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, e l’ultimo, Le confessioni (2016), forte apologo di taglio morale. Citare questi due titoli vuol dire evidenziare alcuni piccoli indizi del film più recente. Ossia mettere a fianco l’inganno della finzione, la sua doppia faccia, e la difficoltà di convivere col dualismo verità–bugia. Questa serie di depistamenti percorre costantemente il copione, a cominciare, bisogna dirlo, dal titolo.

«Una storia senza nome – dice Andò – è un film sul cinema, un atto di fede, ironico e paradossale, sulle sue capacità di investigare la realtà e di trascenderla (…) Mi faceva piacere, in un momento in cui il cinema appare più fragile e marginale, raccontare una storia al cui centro ci fosse un film e il suo misterioso, imprescindibile legame con la realtà». Il “giallo” poi si innerva con la cronaca, con la Storia, forse anche con la politica nella loro versione pseudorealistica, partendo dal vero furto della Natività del Caravaggio, avvenuto a Palermo nel 1969, episodio sul quale sono poi state formulate molte e talvolta evanescenti ipotesi. Si capisce a questo punto che tanti sono i temi destinati ad incrociarsi, come puzzle di un enigma aggrovigliato e contorto.

È interessante che Andò dichiari più avanti: «Avevo voglia di ritornare ad un tono leggero, e di ritrovare temi che mi accompagnano da sempre: il fascino dell’impostura, i sentimenti nascosti che aspettano il omento propizio per uscire allo scoperto, gli equivoci che fanno d’improvviso deragliare la vita lasciandone esplodere il lato comico e nascosto». Questo reiterato incontro di toni umorali differenti e quasi opposti permette al film di muoversi agevolmente creando la giusta suspence. Alla resa complessiva portano un essenziale contributo attori, tutti motivati, da Michaela Ramazzoti e Alessandro Gassman, da Renato Carpentieri a Laura Morante.

 

24 settembre 2018