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Don Andrea Santoro: così lo ricordo da Trabzon

A undici anni dall’assassinio del sacerdote, la testimonianza di Francesca Baldini che ha partecipato all’annuale pellegrinaggio in Turchia

A undici anni dall’assassinio del sacerdote fidei donum, la testimonianza di Francesca Baldini che ha partecipato all’annuale pellegrinaggio in Turchia

5 febbraio 2017, Trabzon – Turchia

Sono passati undici anni da quando don Andrea è stato ucciso e contro ogni terrorismo psicologico sono qui, a Trabzon, città turca sul Mar Nero, per ricordarlo. Un desiderio coltivato da tanto, e quest’anno mi è stata data la possibilità di realizzarlo. Non è stato semplice, molti mi avevano sconsigliato di venire: “Troppo pericoloso”, dicevano; ma il cuore mi suggeriva altro. Ho seguito quello che arriva dal profondo del mio cuore e sono felice di averlo fatto. Tre giorni intensissimi che sembrano settimane.

I miei compagni di viaggio sono don Andrea Palamides, sacerdote della diocesi di Roma, e Maddalena, la sorella di don Andrea, che da dieci anni (ha saltato solo lo scorso anno per il decennio) viene qui in Turchia. Viene per ricordare, per essere presenza, per testimoniare che Roma continua ad essere vicina a questa piccola comunità di cristiani, piccola goccia nel grande mare dell’Anatolia.

Ripenso a questa mattina: abbiamo partecipato alla Messa nella chiesa di Santa Maria, la chiesa che era affidata a don Andrea. La Messa, come ogni domenica, è alle 11, ma in realtà è iniziata alle 11.15, abbiamo aspettato che tutti i fedeli arrivassero. Il cancello rimane chiuso: per entrare bisogna suonare e qualcuno deve alzarsi per aprire. Penso alle porte aperte che reclama Papa Francesco. Qui purtroppo per motivi di sicurezza devono rimanere chiuse, rimangono aperte invece le porte dei cuori. Eravamo una ventina di persone e nell’occasione due catecumeni turchi hanno iniziato il loro percorso. Erano molto emozionati, ricevevano il mandato direttamente dal vescovo Paolo Bizzeti, gesuita, da un anno e mezzo vicario apostolico di Anatolia. La piccola comunità è molto variegata: tra loro non solo turchi ma anche giovani studenti africani, in Turchia grazie a borse di studio, e le donne, tutte georgiane. Loro, tranne due, avevano il capo coperto, un po’ per rispetto, un po’, forse, per il freddo.

Prima dell’inizio della Messa io e Maddalena ci siamo sedute proprio all’ultimo banco. Per me quel banco era come una reliquia ed esserci seduta sopra mi aiutava a ricordare, a essere più vicina a don Andrea. A un certo punto è entrato Pietro, un uomo che era stato accompagnato nel suo percorso di fede proprio da don Andrea, che purtroppo non ha potuto battezzarlo perché è stato ucciso prima di poterlo fare. È entrato insieme alla figlia quindicenne e appena ha visto Maddalena ha chinato il capo e si è emozionato. Non sono riuscita a trattenere le lacrime. Quest’uomo, piccolo di statura e con l’impronta del lavoro della terra sul volto e sulle mani, mi ha fatto molta tenerezza. Chissà quanto deve aver sofferto per la morte di don Andrea. Così umile e così fiero di essere lì con la sua giovane figlia che presentava per la prima volta alla comunità.

La testimonianza di questa gente è veramente straordinaria per chi ormai ha una fede un po’ “stantia” come la nostra e mi stimola nel mio percorso spirituale. Maddalena mi ha poi raccontato la storia di Pietro, le difficoltà con la famiglia della moglie per la sua conversione, la strada che deve percorrere ogni domenica per raggiungere la chiesa. Ammetto, mi sono vergognata. Qui la gente sfida tutto e tutti per la propria fede, mentre noi ci perdiamo dietro a capricci e futilità ecclesiali, fino ormai a vergognarci di chi siamo. Lì in quel momento ho pensato: “Beati i miti perché avranno in eredità la terra”

Tornando alla celebrazione eucaristica, era in turco, non ho capito nulla, ma è stato toccante. L’atmosfera che si percepiva era di unità e vera comunione. Padre Patrice, il sacerdote gesuita che ora guida la comunità, arrivato sei anni fa, è stato bravo. Di colpo, durante l’omelia, si è aperto, e l’uomo, che solo 24 ore prima avevo conosciuto come un po’ burbero, si è rivelato un pastore aperto e attento. Si è seduto di fronte alle prime panche in mezzo alle due file ed è venuto fuori il gesuita che era dentro di lui. Si percepiva come guidava il suo piccolo gregge alla scoperta della Parola di Dio. In quel momento sono riecheggiate dentro di me le parole di San Paolo: «Mi sono fatto tutto a tutti». Se vuoi portare il Vangelo in un’altra cultura, diversa dalla tua, devi essere disposto a lasciare i tuoi schemi mentali e dialogare con la cultura del Paese che ti ospita. Devi essere disposto a farti “tutto a tutti”. Ho pensato come questo mondo cambi così in fretta a causa della globalizzazione. Un mondo che appare vicino, ma ancora troppo distante. Ho pensato che, come ricorda Papa Francesco, vige ormai una globalizzazione dell’indifferenza. Penso a questa gente, così umile, così anche povera materialmente, ma che è fiera di aver abbracciato la fede cristiana e conosciuto Cristo. A come si respiri un clima di Chiesa dei primi secoli, anche se viviamo nel XXI secolo.

La celebrazione termina e tutti ci troviamo nella sala da pranzo, attorno alla stufa, il luogo più caldo dell’enorme casa. Ognuno aveva portato qualcosa e noi, da bravi italiani, abbiamo cucinato la pasta. È stato molto bello, si respirava la gioia di stare insieme condividendo quello che si aveva. Abbiamo parlato tra noi, anche con gli studenti africani. Ho ringraziato per il dono della lingua inglese e, dove non arrivava quella, c’erano i gesti! Con qualcuno di loro ci siamo scambiati indirizzi e numeri di telefono, proprio come si fa al termine di lunghi momenti vissuti insieme. Parlo con Maria, la georgiana, che mi suggerisce di sposare un turco: «Sono bravi – dice -, pensano prima di tutto alla famiglia». E poi mi chiede di tornare. Invece Santo, giovane del Sud Sudan che studia ingegneria, esprime il suo desiderio di venire a Roma, mentre Antonio, turco, mi ricorda più volte di inviargli le foto scattate. A volte basta poco per iniziare delle amicizie. Ho sentito il desiderio di non lasciare soli questi fratelli nella fede, di continuare a sorreggerli una volta tornata nella capitale del cristianesimo, Roma.

Guardo l’ora. Sono venuta in chiesa per avere un momento di raccoglimento e silenzio. Mi sono seduta sulla panca dove era seduto don Andrea in quel fatale momento. Guardo l’ora, sono le cinque del pomeriggio. Eri già stato ucciso a quell’ora, don Andrea. Mi guardo intorno e sento che la tua presenza qui è ancora viva, forse ora più che mai. La tua vita, come la tua morte, ha convertito e continua a convertire tante persone. L’eredità che hai lasciato è grande, l’ho avvertito venendo qui, vedendo con i miei occhi e toccando con le mie mani. Certo, c’è tanto da fare, ma il tuo piccolo gregge, la comunità di Santa Maria, qui a Trabzon, è unita e conserva con amore il tuo ricordo. Per un attimo ripenso alle meditazioni che ci ha donato in questi giorni monsignor Bizzeti, al brano del buon seminatore e a quello del granello di senape, che fruttificando diventa un arbusto solido. Tu, come un granello di senape, morendo hai dato molto frutto. Chiudo il quaderno e torno in cucina dagli altri, consapevole che questa avventura resterà nel mio cuore per sempre. Grazie don Andrea (Francesca Baldini )

9 febbraio 2017