I cristiani di Gaza scrivono al Papa: «Grazie per l’aiuto»
In un’intervista diffusa dal Patriarcato latino di Gerusalemme, il parroco della Sacra Famiglia padre Romanelli racconta le emozioni, nei primi giorni della tregua. «Difficoltà palpabili, ma lo sono anche la speranza e la resistenza»
Dalla parrocchia latina di Gaza, intitolata alla Sacra Famiglia, i cristiani della Striscia hanno indirizzato nei primi giorni della tregua un breve messaggio al pontefice. «Siamo tanto felici nel ringraziare Papa Francesco per il suo continuo aiuto e gli sforzi profusi a nostro favore. Dal profondo del nostro cuore, lo ringraziamo e chiediamo al Signore di benedire lui e il suo lavoro spirituale e umanitario a Gaza e in tutto il mondo», si legge nel testo.
A raccontarlo è il parroco padre Gabriel Romanelli, in un’intervista rilasciata al Patriarcato latino di Gerusalemme, diffusa ieri, 21 gennaio. «Il rumore delle esplosioni e dei droni è finalmente cessato, offrendo sollievo a molti», sono le parole del francescano, che racconta che diversi fedeli hanno lasciato la parrocchia in queste ore, per controllare le loro case «o ciò che ne rimaneva». Alcuni infatti le hanno trovate completamente distrutte. «Altri non riescono a più localizzarle e persino a riconoscere i quartieri in cui un tempo vivevano. Il cessate il fuoco – riflette – ha destato gioia e speranza. È un passo avanti significativo, ma non segna la fine del conflitto. Preghiamo affinché questo sia l’inizio di una pace duratura. Facciamo affidamento sugli sforzi internazionali per porre fine alla guerra e concentrarci sul futuro del Medio Oriente e della Terra Santa».
Ora si apre la sfida della ricostruzione, materiale e non solo. Nell’analisi di Romanelli, la prima fase – che dovrebbe durare 42 giorni – «è piena di sfide. Le persone cercano disperatamente aiuti per far fronte a gravi carenze di beni essenziali come acqua, carburante e cibo. Le difficoltà sono palpabili, ma lo sono anche la speranza e la resistenza, mentre la comunità si aggrappa alla possibilità di tornare a una sorta di normalità».
Fin dai primi giorni della guerra, la parrocchia è sempre stata accanto a chi era nel bisogno: ai cristiani, ma anche alle famiglie musulmane delle zone vicine alla chiesa. «Grazie agli sforzi del Patriarcato latino e del Malteser International – spiega il parroco – gli aiuti alimentari continuano a raggiungere migliaia di famiglie, soprattutto con il recente arrivo di nuove spedizioni. Siamo anche concentrati sull’organizzazione della vita pastorale della parrocchia – prosegue -. Ciò include garantire la sicurezza di tutti, continuare a pregare e mantenere le attività quotidiane, nonostante le circostanze difficili. In mezzo ai tumulti, ci impegniamo a garantire che l’istruzione dei bambini continui, anche se solo parzialmente, per coloro che si rifugiano nella parrocchia».
Proprio alle attività educative dunque è stato dedicato del tempo specifico, riservando particolare attenzione alla preparazione del Tawjihi, l’esame finale delle scuole secondarie. «Ciò fornisce un senso di speranza tanto necessario adesso». Parallelamente, «insieme a Caritas Jerusalem e alle Suore di Madre Teresa, stiamo fornendo assistenza medica ai malati e ai bisognosi nei limiti delle nostre capacità – prosegue il racconto di padre Romanelli -. Inoltre, abbiamo formato confraternite maschili e femminili per promuovere un ambiente spiritualmente arricchente, tra cui un’attenzione allo sviluppo del coro e incoraggiando un’esplorazione più profonda della fede».
A fare sintesi è il vicario parrocchiale padre Youssef Assad. «Siamo pieni di speranza – dice – e stiamo lavorando per ricostruire il nostro futuro».
22 gennaio 2025

