“Anarchia”: il rigore di Dalrymple

Il racconto di un caso unico al mondo: l’impresa della Compagnia delle Indie Orientali, una società privata che riuscì a conquistare un Paese dalle dimensioni sterminate

L’impresa della Compagnia delle Indie Orientali è un caso unico al mondo: un gruppo ristretto di affaristi e bucanieri riuniti per la prima volta nel 1599 in un locale della City di Londra, incoraggiati e benedetti dalla regina Elisabetta, che riesce a conquistare un Paese dalle dimensioni sterminate come l’India. William Dalrymple, inglese trapiantato a Delhi, racconta questa straordinaria vicenda con il rigore dello studioso e l’abilità del narratore in un testo avvincente e persuasivo, Anarchia (Adelphi, pp. 634, traduzione di Svevo D’Onofrio, 34 euro), foriero di riflessioni particolarmente attuali, specie riguardo alla violenza e alla sopraffazione insite nella natura umana.

Va ricordato che nel sedicesimo secolo il Bengala era una delle regioni più ricche del pianeta: il 40 per cento del Pil mondiale arrivava da lì, come tale veniva concupita dalle maggiori nazioni europee, Olanda, Portogallo, Francia e, per l’appunto l’Inghilterra. Senonché ad aggredire e soggiogare l’India non fu uno Stato, bensì una società privata che aveva l’unico scopo di accrescere i propri dividendi. Il modo in cui ciò avvenne è il tema del libro: un consiglio di amministrazione che tiene in mano, con poteri illimitati, le redini di un territorio vastissimo creando dal nulla nuove città come Madras, Calcutta e Bombay, capace anche di impedire, grazie a una politica apertamente razzista, la nascita di una classe di coloni stanziali che avrebbe potuto minare l’autorità del governo britannico, come era accaduto nel Nord America.

Dalrymple si è avvalso di fonti anche indiane, persiane e hurdu, ha quindi fruito di testimonianze più attendibili rispetto a quelle consegnate dai soperchiatori. I signorotti inglesi, pur avendo l’appoggio della Corona britannica, che presto ratificò i soprusi, incassò i proventi delle tasse e spedì oltreoceano i cannoni, fecero uso soprattutto di milizie locali, i leggendari “Sepoy”, arruolati e poi mandati a combattere. Gli affaristi londinesi seppero furbescamente intromettersi nelle crepe del vecchio impero Moghul, a sua volta dilaniato dalle beghe interne ed esterne, con dinastie pronte a guerreggiare le une contro le altre: i condottieri dei Nawab, i montanari Rohilla, i sultani del Mysore, i capitribù dei Maratha.

Restano negli occhi i volti e le azioni dei protagonisti, così come scorrono nella lista introduttiva, intitolata Dramatis personae, che l’autore ha meritoriamente posto all’inizio del volume: per limitarci solo a qualche inglese tra i più famosi: Robert Clive, «tarchiato, laconico, ma insolitamente energico e tenacemente ambizioso»; Warren Hastings, «morigerato, erudito, diligente, austero, infaticabile lavoratore»; Richard Colley Wellesley, «conquistò più territori in India che Napoleone in Europa »; Gerald, primo visconte Lake, «si svegliava spesso alle due di notte, gli occhi blu dardeggianti, pronto a guidare la marcia».

23 maggio 2022