Branduardi e le “Confessioni di un malandrino” saggio

Il menestrello d’Italia sarà in concerto sabato 2 marzo all’Auditorium Parco della Musica, con brani celebri e altri meno conosciuti del suo repertorio. La fede? «Un viottolo pieno di cadute»

Angelo Branduardi è un menestrello di 74 anni – che compie proprio oggi, 12 febbraio -, capace sempre di affabulare con le storie. Musicista e narratore, colto e raffinato, ma anche umile e popolare, proprio come le sue canzoni, che vengono da filastrocche medievali e antiche poesie, ma potrebbe cantarle anche un bambino moderno (magari!). Oggi i suoi concerti sono considerati “di nicchia”, categoria “musica d’autore”, ma un tempo faceva numeri da rockstar girando il mondo. In questo periodo si rilassa tra un concerto e l’altro, come ci racconterà lui stesso. Intanto sarà a Roma il prossimo 2 marzo con il concerto “Confessioni di un malandrino”, in duo col polistrumentista Fabio Valdemarin, suo compagno di viaggio da ormai molti anni. Salirà sul palco con violino e chitarra, Valdemarin con la sua “piccola orchestra”, fatta di pianoforte a coda, chitarre e fisarmonica. In scaletta brani che si rifanno alla musica del periodo classico più arcaico e che fanno parte della raccolta “Futuro antico”, che conta ben otto episodi. Non mancheranno i brani più celebri legati alla carriera dell’artista ma accanto a questi si potranno riascoltare alcune delle sue composizioni più rare, meno eseguite ma certamente godibili. Lo abbiamo intervistato alla vigilia del suo compleanno, occasione anche questa per rispondere tra ironia e profondità.

Innanzitutto auguri!
Non mi faccia gli auguri!

Perché? Non sarà mica superstizioso!
No, no! È che sono anziano!

Però ha una bella vita da festeggiare.
Beh, questo sì, sicuramente.

A cosa sta lavorando in questo periodo?
A niente, vado in giro a suonare perché mi piace, anche se non suoniamo tanto come l’anno scorso, quando abbiamo suonato tantissimo. La gente si stanca, bisogna lasciar passare del tempo tra una data e l’altra nello stesso luogo. Facciamo questo duo, una cosa strana, non c’è impatto, è una specie di volo, di viaggio magico, almeno questo speriamo che sia e fino ad ora ha funzionato, nonostante la mancanza di basso e batteria. Faccio un sacco di pezzi che non ho mai fatto dal vivo, come ad esempio “Benvenuta donna mia”, “La giusta” e altre, che vengono prese molto bene, così il programma è anche diverso, non la solita storia delle hit e basta, insomma. Questo è un discorso molto più vasto.

A proposito di vastità, l’hanno scorso ha pubblicato anche un libro, “Confessioni di un malandrino. Autobiografia di un cantore del mondo” e mi ha colpito Stefano Bollani che nella prefazione ha scritto: «Ecco forse perché esistono gli artisti. Sono nati per sedersi su una nuvola e raccontarci le intime connessioni fra le cose che noi quaggiù ci ostiniamo a vedere separate». Che connessioni ha trovato lei in questi anni tra quello che succede qui e quello che succede altrove?
Ho addirittura fatto un disco che si chiamava “Altro e altrove”, è un modo diverso di vedere: la musica quando è bella, o anche canzone, non solo chissà che cosa, è una piccola visione, della quale si può parlare, ma che resta una visione. Morricone, con cui ho avuto l’onore di lavorare, una volta ha detto una frase bellissima: «Essendo la musica l’arte più astratta è la più vicina all’assoluto», e ha perfettamente ragione. L’assoluto per chi è credente è Dio, ma può essere anche altre cose.

Veniamo al tema della fede. Ha composto per testi di san Francesco, san Filippo Neri e santa Ildegarda. Che credente è?
Questa è una cosa privatissima, sono pieno di dubbi, non è un’autostrada, ma un viottolo pieno di cadute, di curve, non sono a prova di bomba.  Chi ha il dono di non avere mai dubbi non ha merito, ma sono contento per lui.

È vero che a causa della recente pandemia, non ha toccato il violino per due anni? Perché?
Non lo so, mi faceva anche schifo la musica, anche ascoltarla. Pensavo di essere un caso unico, invece ho scoperto che anche ad altri artisti, non solo musicisti, è successa la stessa. Ma non saprei spiegare perché veramente.

Ho notato che sui social è abbastanza attivo, anche commentando fatti di interesse pubblico, fa tutto da solo?
No, mi faccio aiutare.

Ma è davvero un fan di Sinner?
Ah ah! (ride) Questo sì!

Invece ha seguito il festival di Sanremo?
Per niente, ho solo letto i giornali.

Le dispiace che si suoni sempre di meno nelle canzoni moderne, con un uso massiccio dell’autotune? Sono delle pugnalate per lei?
Eh, abbastanza. La cosiddetta democratizzazione della musica è finita che uno prende un computer da mille euro e fa un pezzo. Mancano le canzoni, la canzone come deve essere fatta non c’è più, pazienza. Sono altre cose che possono essere considerate belle o brutte. Guccini dice: «La musica moderna non è né bella, né brutta, è inutile», e condivido abbastanza. Però la conosco poco, non posso essere categorico.

Ma non c’è un collega vivente magari che stima, che segue?
Penso di sì, mi piace Loredana Bertè, è un po’ pazzerella.

Con sua moglie Luisa nel 2025 farete le nozze d’oro. Forse tanto malandrino non è!
No! Però no comment.

12 febbraio 2024