Hiroshima, lo stile asciutto delle “Note”
I reportage di Kenzaburo Oe raccolti, nella traduzione italiana a cura di Gianluca Coci, in un volume edito da Garzanti. La compostezza dello stile e la volontà di testimonianza
Kenzaburo Oe, nato nel 1935 nell’isola di Shikoku, in Giappone, premio Nobel per la letteratura nel 1994, si recò per la prima volta a Hiroshima nel 1960, quando aveva venticinque anni. A quel tempo le strade della città martire del Novecento erano ancora vuote, quasi spettrali, così come emergono nel film capolavoro di Alain Resnais girato pochi mesi prima: Hiroshima mon amour, coi tram che passano in mezzo ai frantumi come balocchi ripescati fra le rovine e gli uomini e le donne persino sorpresi di ritrovarsi vivi dopo l’immane catastrofe. In seguito ci tornò spesso, scrivendo alcuni reportage per la rivista “Sekai” che ora possiamo leggere in traduzione italiana, a cura di Gianluca Coci, in un volume assai intrigante: Note su Hiroshima (Garzanti, pp. 214, venti euro).
Il giornalista, ancora giovane e ignoto al grande pubblico, si aggira quasi frastornato fra i palazzi appena ricostruiti, entra ed esce dai memoriali, cammina nel Parco della Pace, partecipa alle conferenze, intervista i medici, ma soprattutto incontra i reduci del disastro nucleare, i cosiddetti hibakusha, osservando il modo in cui ognuno di loro trova dentro di sé le ragioni e l’energia necessarie per contrapporsi allo scempio. Coinvolto e partecipe, apprende con sgomento le storie dei numerosi suicidi e s’interroga sulle tragiche esperienze che ci sono dietro. Fra l’altro proprio in quei giorni Kenzaburo Oe – lui stesso tenne a ricordarlo nella prefazione targata novembre 2007 – stava affrontando il dramma del suo primogenito, venuto al mondo con una grave malformazione al cranio: «Quando pubblicai questa raccolta di saggi e i medici mi diedero definitiva conferma che mio figlio sarebbe sopravvissuto, ebbi la netta sensazione di essere emerso da un luogo tremendo. E allora mi venne in mente l’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia, un’opera che cominciai a leggere in gioventù e che leggo tuttora in vecchiaia: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”».
In queste pagine a colpire è l’assoluta compostezza dello stile, allo stesso tempo asciutto eppure sottilmente percorso dall’emozione che viene sempre filtrata e quasi trattenuta dalla strenua volontà di testimonianza, specie pensando ai rischi planetari che tutti noi potremmo correre di fronte a un altro conflitto nucleare. Dopo aver visto, con raccapriccio, le radicali alterazioni organiche presenti in certe piante radioattive, Kenzaburo Oe afferma: «Se un giorno le nostre cellule e il nostro sangue dovessero subire una simile sorte, possiamo star certi che in quel preciso momento sarà cominciata la fine della nostra civiltà». Ecco perché, nell’intendimento morale dello scrittore, non dobbiamo abbandonare gli hibakusha, da considerare nella maniera più ampia come persone che soffrono: «Essere loro compagni è difatti l’unica scelta che abbiamo a disposizione per vivere come esseri umani dotati di coscienza e buon senso».
22 novembre 2021

