I “Tre anelli” di Daniel Mendelsohn

Nell’opera dello scrittore nato a New York da una famiglia di ebrei ucraini scampati alla Shoah, le antiche domande dell’uomo trovano nuovo brio inventivo

Esiste una legge che governa i casi? O tutto quello di cui siamo protagonisti e testimoni è piuttosto frutto di accidenti fortuiti e privi di senso compiuto? Sono queste le antiche, eterne domande che l’essere umano da sempre si pone. Daniel Mendelsohn, nato nel 1960 a Long Island, New York, da una famiglia di ebrei ucraini scampati alla Shoah, le rilancia con rinnovato brio inventivo. Nel suo primo capolavoro, Gli scomparsi (2006), uno dei risultati più intensi della letteratura contemporanea, andò alla ricerca dei suoi parenti sopravvissuti sparsi in tutto il mondo. In Un’odissea. Un padre, un figlio e un’epopea (2017) raccontò le proprie peripezie in crociera nel Mediterraneo insieme all’anziano genitore sulle tracce di Ulisse.

Con Tre anelli. Una storia di esilio, narrazione e destino (traduzione di Norman Gobetti, pp. 108, 16 euro, Einaudi) Daniel Mendelsohn ci ripropone, ancora una volta, il tema ossessivo del cerchio, base della civiltà europea, attraverso tre esistenze emblematiche: Erich Auerbach, l’autore di Mimesis, canone aureo dello spirito occidentale, composto a Istanbul durante la seconda guerra mondiale; François Fénelon, arcivescovo francese che nel XVII secolo, scrivendo Le avventure di Telemaco, si attirò le critiche del Re Sole; Winfried Georg Sebald, tedesco morto esule in Gran Bretagna, artista della colpa da espiare e del confino da valicare. «Un passato di cui non è responsabile, ma da cui si sente contaminato». A ben vedere la sequenza narrativa dell’anello anticipa e richiama il principio industriale della catena produttiva: pezzi da assemblare per costruire la struttura portante del macchinario. Tuttavia la domanda resta sospesa: mentre Omero, nelle sue connessioni, lasciava intendere «un’unità nascosta », se non «la rivelazione e l’illuminazione », come in Marcel Proust, nello scrittore del Novecento, diciamo Sebald per comodità illustrativa, «i cerchi dell’irrequieta narrazione ci portano a una serie di porte chiuse di cui non c’è la chiave».

E Mendelsohn, da che parte sta? Forse in lui si è perso il sentimento di piacere provocato dalla contemplazione del nulla, tipico degli scrittori che hanno voluto essere “assolutamente moderni”, chissà magari prendendo un po’ troppo alla lettera l’irripetibile furore di Rimbaud, altrimenti non starebbe notte e giorno a verificare le fonti, accertare i nessi, interrogare i sopravvissuti,
controllare la punteggiatura; ma non gli è ancora nato il desiderio di tornare decisamente a casa, lasciandosi alle spalle i sortilegi e gli incantesimi della cieca vitalità giovanile. Vuole continuare a vagabondare, per mari e monti, non si sente pronto ad accettare l’idea, definita “solare, mediterranea”, che esista davvero un segreto, misterioso legame fra tutte le cose. Come Erich Auerbach, anche Daniel Mendelsohn la considererebbe «un po’ troppo bella per essere vera».

2 marzo 2022