Il “Breviario” foscoliano di Di Palmo

Nell’antologia di tutta l’opera, il sunto di un singolare percorso autobiografico. La memoria del padre e la presenza del figlio, a saldare presente e passato. Tutto si perde e si consuma

C’è sempre stato un elemento foscoliano nella poesia di Pasquale Di Palmo, classe 1958, cresciuto giocando a pallone nei cortili dei palazzi della Gescal, a Marghera, quando da ragazzo crossava controvento sulla testa ricciuta di Fabio Chinellato, suo coetaneo. Adesso si può comprendere bene in Breviario delle rovine (Medusa, pp. 169, 19,50 euro), non solo antologia di tutta l’opera, come avverte Rodolfo Zucco nella densa postfazione, bensì volume autonomo riassuntivo di un singolare percorso autobiografico.

Sin dalla raccolta d’esordio, Horror Lucis (1997), si percepiva la dimensione sepolcrale: «…sulla chiara Tomba / dei Colombari dove il vecchio gufo / spalanca gli occhi cerchiati di gelo», certificata dalla memoria del padre, radice assoluta nel Trittico del distacco (2015). L’anziano genitore, in una speciale sezione dal titolo emblematico, Centro Alzheimer, ha perso lucidità e il figlio lo contempla, con dolcezza infinita, nel dialetto originario: «Adesso ti xe un albero, papà, / uno di quei alberi / che no gà più bisogno di niente». Come se, nel fatale passaggio annunciato dall’ictus, il poeta ritrovasse una paradossale sostanza di vita: «Io, diventato padre di mio padre. / Tu, diventato figlio di tuo figlio». Dopo il commiato la voce si rafforza: «Papà, adesso che no ti ghe xe più, / voria dirte / quelo che no so mai riussìo a dirte / co ti geri vivo ». E cioè: «Te vogio ben».

Restano negli occhi le partitelle a sette, chiamate canicole, «che si disputavano nei pomeriggi d’estate sui campetti spelacchiati di qualche oratorio», alla Giudecca, là dove Venezia appare da lontano come un gioiello imprendibile nella pozzanghera. A saldare presente e passato, nel dettato fosforico del Colore dominante, una delle punte di La carità (2018), scopriamo un altro bambino: «Qui ho trascorso gli anni che credevo infelici della mia adolescenza e adesso qui ritorno per accompagnare, tre o quattro volte a settimana, mio figlio agli allenamenti». Di Palmo fissa con rigore lancinante i luoghi che l’hanno formato: «Via Teresa Casati. Il civico è il 20, dove ho abitato per oltre vent’anni». Tutto si perde e si consuma, come lo scultore Giuseppe Romanelli, che insegnò educazione artistica all’Istituto Stefanini di Mestre, al quale sono dedicati alcuni indimenticabili versi. Ma poi ritorna in forma nuova, come in Muybridge, compreso in Vertebrae (2020): «Quanti ani gavarà /sto spuacio de putèlo / sta virgola de toso / che ti incroci ogni matina …?» («Quanti anni avrà / questo sputo di giovane / questa virgola di ragazzo / che incroci ogni mattina …? »). Lasciamo che risponda, per allusione lirica, lo stesso Pasquale Di Palmo nell’ultima Canzone delle torri telemetriche: «Ora li vedo avanzare / quei morti senza volto e senza / nome lungo la sponda /assolata, pronti / a prendersi per mano, / a morire ancora / se non sarà servito a qualcosa / andarsene con loro in primavera».

13 aprile 2022