La fede di Šalamov nella letteratura
L’esperienza del gulag nelle pagine dei volumi autobiografici dedicate alla prigionia, caratterizzati dall’immediatezza espressiva delle sue note dolenti, vivide e liriche
Varlam Tichonovic Šalamov (Vologda 1907-Mosca 1982) trascorse una vita da recluso, ingiustamente accusato di sedizione antisovietica, ma se non avesse conosciuto il gulag, con ogni probabilità sarebbe stato uno scrittore ordinario: lo capiamo dalla sua ultima raccolta di ricordi, Tra le bestie la più feroce è l’uomo (Adelphi, traduzione di Claudia Zanghetti), ricavata da un paio di volumi autobiografici pubblicati fra il 2001 e 2004: le parti più intense restano quelle dedicate alla prigionia, in piena risonanza coi celebri, indimenticabili Racconti della Kolyma, le cui pagine in molti casi superano, per concisione espressiva, perfino l’opera altrettanto mirabile di Aleksandr Isaevic Solženicyn.
Šalamov, figlio di un sacerdote ortodosso, non si fa illusioni sulla natura della nostra specie: in un memorabile prontuario compreso in questo testo, intitolato Cosa ho visto e capito nel lager, spiega che la cultura, di fronte alla condizione estrema nella quale gli individui cercano soltanto di sopravvivere, fa presto a franare. Nelle miniere d’oro e carbone, dove i deportati erano costretti a lavorare a decine di gradi sotto zero, l’amicizia non esisteva: l’istinto di conservazione rendeva quei poveretti simili alle pietre, agli alberi e per l’appunto agli animali. Una guardia col fucile in mano veniva considerata una divinità. Il prigioniero alle sue dipendenze non valeva nulla. Eppure in Šalamov la fede nella letteratura non conobbe mai alcuna oscillazione: «Lo scrittore è onnipotente: con lui i morti si levano dalle tombe e tornano a vivere». Stupenda è la rievocazione del momento in cui due galeotti, recitando a memoria qualche verso di Puskin, si contrappongono all’inedia distruttiva dell’universo concentrazionario.
Alcuni scorci presenti in questi frammenti sono dotati di una potenza quasi insostenibile: gli episodi di cannibalismo, le scene di violenza, il terrore di chi operava sotto travi gigantesche pronte a cedere da un momento all’altro. «Bisognava capire che in caso di pericolo, quando la volta cedeva, non si doveva correre fuori, ma verso il cuore della miniera»: basterebbe un dettaglio come questo a farci intuire la ferocia della condizione in cui visse lo scrittore che, come Primo Levi, riuscì a salvarsi soltanto quando venne assunto in infermeria.
Restano negli occhi del lettore la frontalità degli appunti di Šalamov, l’immediatezza espressiva delle sue note dolenti, vivide e liriche. Egli, dopo essere stato riabilitato, ma non risarcito, morì solitario e dimenticato da tutti in un ospizio della uggiosa periferia moscovita, ma Boris Leonidovi Pasternak, che l’aveva conosciuto e frequentato a Peredelkino, nella splendida e fiorita dacia statale dove abitavano gli scrittori protetti dal regime, sapeva che quel reduce umile e timido, dagli occhi tristemente consapevoli, pronto a tributargli ossequio, non era meno grande di lui.
20 marzo 2025

