“La passione per l’assoluto”: la letteratura secondo Steiner

Garzanti pubblica un libro sul più grande critico letterario vivente. Dostoevskij, Shakespeare, Kafka, considerate «vere presenze»

Garzanti pubblica un libro su quello che molti considerano il più grande critico letterario vivente. Dostoevskij, Shakespeare, Celan considerate «vere presenze»

George Steiner, nato a Parigi nel 1929 da una famiglia ebrea costretta ad emigrare prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti, ha raccontato un po’ della sua vita a Laure Adler, amica e giornalista complice e curiosa: ne è scaturito un libro imperdibile, La passione per l’assoluto (pp.150, Garzanti, 17 euro). Per capire il titolo basta risfogliare Errata (1997), la biografia intellettuale di quello che molti ritengono il più grande critico letterario vivente: «Quando un giovane è stato esposto al virus dell’assoluto, quando ha visto, udito, odorato la febbre in coloro che sono alla ricerca della verità disinteressata, gliene rimarrà come un riverbero. Per il resto della loro carriera e della loro vita privata, magari del tutto normali, prive di distinzione, queste persone possederanno una protezione contro il vuoto».

Le assicurazioni spirituali, secondo Steiner, si chiamano Dostoevskij, Tolstoj, Shakespeare, Kafka, Celan. «Vere presenze», per usare l’espressione di un’altra sua opera decisiva. Bisogna ammettere che Laure Adler è stata brava nel favorire le confessioni di Steiner. A partire dalla prima sollecitazione, relativa alla sua malformazione fisica (il braccio destro è molto più piccolo dell’altro): una condizione talmente significativa da aver influito notevolmente nel carattere dello studioso, che non a caso risponde: «Di fronte a una persona mi faccio sempre questa domanda: quali sono state le sue vicissitudini? Quale la vittoria, o la grande sconfitta?».

Tante sono le intuizioni preziose presenti nel testo: il fatto che ogni giudizio sulla musica, sull’arte, sulla letteratura, per quanto autorevole, non possa essere dimostrato; oppure l’evidenza che l’uomo sia “un animale territoriale, crudele e impaurito”. Noi dobbiamo considerarci ospiti sulla terra, ci dice questo saggio del ventunesimo secolo. Abbiamo il dovere di partecipare al mondo lasciando l’alloggio dove siamo stati accolti “un po’ più pulito, un po’ più bello, un po’ più interessante” rispetto a come l’abbiamo trovato. Le opinioni di Steiner fanno discutere: pensiamo alle sue osservazioni nei confronti di Israele (si è sempre considerato antisionista, uomo della diaspora, volutamente senza terra: “Datemi un tavolo da lavoro, sarà la mia patria”), o la ferma condanna nei confronti della psicanalisi (“Secondo me, la dignità dell’uomo e della donna – da cui il mio libro su Antigone – sta nell’avere la forza di contenere la propria angoscia”).

In tale prospettiva chiunque ritenga di farsi assolvere senza Dio, comodamente sdraiato sul lettino del medico curante, è un illuso. Steiner lo puoi condividere o contestare. Ma quando si occupa di letteratura, diventa capace di accendere le luci dei riflettori: «Il peggior nemico della poesia è il verso». Il critico, secondo lui, assomiglia a un “portalettere”, impegnato a consegnare missive dai grandi del passato ai lettori di oggi. Ecco perché «fare l’insegnante è l’incarico supremo».

 

20 luglio 2015