La riflessione di Tillich sul valore del coraggio

In The Courage to Be, una potente riflessione sulla condizione umana, formulata nel costante richiamo ai grandi maestri del passato

In The Courage to Be, una potente riflessione sulla condizione umana, formulata nel costante richiamo ai grandi maestri del passato

Paul Tillich, teologo protestante, cappellano tedesco durante la Grande Guerra, poi antinazista costretto ad emigrare negli Stati Uniti dove morì nel 1965 a quasi ottant’anni, è stato uno dei pensatori più significativi del Novecento, pronto a misurare la propria fede religiosa con la tradizione filosofica occidentale. Uno dei suoi libri in questo senso emblematici è proprio The Courage to Be, uscito nel 1952 e appena ristampato nella traduzione di Giuseppe Sardelli con il titolo Che cos’è il coraggio (Fazi, pp. 170, 17,50 euro).

Una potente riflessione, a tratti vertiginosa, sulla condizione umana, formulata nel costante richiamo ai grandi maestri del passato. Per Aristotele l’individuo coraggioso dev’essere pronto a rinunciare ad elementi anche importanti di se stesso che, se non venissero sacrificati, gli impedirebbero di giungere al suo reale adempimento. Tommaso d’Aquino associava questa virtù alla saggezza, considerandola un dono della Spirito Santo. Gli stoici credevano che solo con la ragione l’uomo potesse conquistare il coraggio di esistere.

Spinoza identificava l’autoaffermazione personale con la partecipazione all’atto universale. Nietzsche scrutò l’abisso del non essere aiutandoci a distinguere fra paura (che ha un oggetto definito) e angoscia (priva di motivi contingenti). Quest’ultima chiama in causa la morte, la mancanza di significato e l’incomprensibilità del giudizio che ci condanna. Tillich distingue l’angoscia dalla nevrosi («il modo di evitare il non essere evitando l’essere»), precisa il concetto di vitalità («il potere di creare al di là di noi stessi senza perderci») e, così facendo, lega il coraggio alla relazione: diventare se stesso vuol dire «essere partecipi»: «Solo nell’incontro continuo con le altre persone la persona diventa e rimane persona. Quest’incontro avviene nella comunità».

E tale realizzazione, aggiunge, non può fare a meno del linguaggio, «che è comune, non individuale». I movimenti di carattere neocollettivista (fascismo, nazismo e comunismo), secondo Tillich, sarebbero nati in contrapposizione al coraggio di esistere come se stessi. D’altro canto il cosiddetto progresso democratico trattiene a stento la propria natura conformistica. Con il romanticismo sorge l’individualismo moderno che presto sfocia nell’esistenzialismo: «L’espressione dell’angoscia della mancanza di significato e del tentativo di assumere quest’angoscia nel coraggio di esistere come se stessi».

Nell’ultimo capitolo il coraggio viene radicato nella trascendenza: «Ogni coraggio di esistere ha una manifesta o nascosta radice religiosa». Chi trovasse il coraggio di accettare l’esistenza, conoscerebbe Dio. Anche l’agnostico, perfino se non condividesse questo serrato percorso logico, potrebbe apprezzare la lucidità che portò Tillich a tale conclusione.

12 ottobre 2015