“La vita inedita”, il “breviario” di Torga

Nel testo curato da Massimo Rizzante, il compendio di un’esistenza vissuta quasi sempre a Coimbra, in una solitudine mai artificiale. Un’autoanalisi che sa diventare spietata

Nella sensibilità moderna il genere diaristico, sebbene molto praticato, ha spesso scontato una sudditanza rispetto al romanzo: chi ricorda più oggi, per restare solo in ambito francese, le riflessioni quotidiane di Henri- Frédéric Amiel, Alain (pseudonimo di Emile Chartier), Michel Leiris, Paul Léautaud, André Gide, André Malraux e così via? Eppure è proprio nella sfera introspettiva, da Sant’Agostino a Montaigne fino a Rousseau, che dobbiamo indagare se vogliamo comprendere la natura più profonda dell’animo occidentale, specie quando si confronta coi temi dell’impossibile e tuttavia ineludibile, per ogni uomo, maturazione interiore, nel rapporto anche doloroso col tempo che scorre e consuma e corrode.

In particolare gli autori portoghesi tendono a configurare il rendiconto esistenziale come lo specchio di uno sfacelo storico, nella nostalgica e un po’ amara rievocazione delle glorie lusitane da una parte all’altra del mondo. Ecco perché il breviario cadenzato di Miguel Torga (1907-1995), poeta e narratore fra i più importanti del ventesimo secolo, meritoriamente posto alla nostra attenzione da Massimo Rizzante per Mimesis, con un titolo
davvero azzeccato, La vita inedita. Diario. Antologia 1933-1993 (pp. 265, 24 euro), evita sempre l’atrofia soggettivistica, come se chiudersi in una semplice gabbia autobiografica equivalesse a uno sperpero dell’io. Si tratta in realtà del compendio di un’esistenza vissuta quasi sempre a Coimbra, dove l’autore esercitava la professione medica, in un volontario esilio sia rispetto al regime dispotico di Salazar, sia riguardo alla cosiddetta “rivoluzione dei garofani” dei primi anni Settanta. In Torga la solitudine non è mai artificiale. L’autoanalisi può diventare spietata, specie nel momento in cui si configura nella forma del breviario spirituale: «Come usurai dei sentimenti, dissimulati nelle profondità più intime, avanziamo verso la morte, persuasi che perfino Dio non sarà in grado di scoprire i nostri segreti».

Questo scrittore viaggiò relativamente poco ma quando lo fece scoprì, non senza malizia, le magagne del colonialismo. Ad Algeri, il 14 settembre del 1953, scrive: «I due schiaffi che un poliziotto francese ha appena appioppato, davanti a me, a un mendicante arabo, costeranno cari alla Francia. Mi è sembrato di vedersi aprire il cielo blu dell’Algeria e Maometto prendere nota dell’episodio sul suo libro delle rappresaglie».

Nelle ultime parti del diario, il vegliardo rivela il meglio di sé in ciò che lui stesso definisce «un’insolita ostinazione vitale», per come getta via il bastone della letteratura offrendo lo spettacolo di una virilità priva di conforti e lucidamente consapevole: «Desidero essere autentico fino alla fine e portare con me, come carta d’identità e credenziale, le prove di quello che sono stato veramente, nel caso in cui ne avessi bisogno in cielo o all’inferno».

15 febbraio 2021