L’antologia degli scritti di Parri, emblema dell’Italia più bella

Piemontese, tra i capi della Resistenza, fu premier nel 1945 e poi senatore a vita. Il suo antifascismo fa leva sulla coscienza popolare nata dal Risorgimento

La vita di Ferruccio Parri è un’emblema dell’Italia più bella: nato a Pinerolo nel 1890, laureato in lettere, prese parte come ufficiale alla Grande Guerra. Ferito e decorato, divenne insegnante e giornalista, presto inviso al regime fascista e posto al confino per lunghi anni in Sicilia e Lucania. Azionista repubblicano, fu uno dei capi della Resistenza. Arrestato dai nazisti, salvato grazie all’intervento degli Alleati, prese le redini dei Comitati di Liberazione Nazionale assumendo, nell’immediato dopoguerra, la carica di presidente del Consiglio, nonché, ad interim, quella di ministro dell’Interno.

Guidò il nostro Paese con impegno, sagacia e lungimiranza, dal 21 giugno al 10 dicembre 1945, senza riuscire a evitare, in quei difficili mesi, i contrasti politici che lo spinsero a presentare le dimissioni. Gli anni successivi, nonostante la nomina a senatore a vita, rappresentarono una fase di sostanziale solitudine e decadenza. Parri scomparve nel 1981, a 91 anni.

Leggere oggi l’efficace antologia di alcuni suoi scritti, a cura di David Bidussa e Carlo Greppi, Come farla finita con il fascismo (Laterza, pp.151, 14 euro), significa tornare a riflettere, non solo e non tanto sull’esistenza di questo laico integerrimo e cristiano nascosto, ma anche, in filigrana, sulle nostre più profonde radici culturali: la sua sconfitta storica e personale, se così vogliamo definirla, continua a riguardare tutti coloro che, in tempi, luoghi e forme diverse, non rinunciano a credere nel legame, sofferto ma irrinunciabile, fra Giustizia e Libertà, nel solco autentico del dettato costituzionale, contro ogni intolleranza e razzismo, purtroppo sempre in grado di ricrescere.

Le delusioni di Parri, così plasticamente configurate nello scritto del 1972, Non cedere il passo, nei confronti del centralismo burocratico romano, capace di imbrigliare ogni iniziativa, continuano a sembrarci dolorose. Come se la grande fiamma della Resistenza, accesa al nord del Paese, non fosse riuscita a valicare la Linea Gotica e, nonostante le vibranti giornate napoletane, avesse lasciata insoluta l’annosa questione meridionale.

Negli occhi e nel cuore di Parri restarono incisi per sempre i giovani partigiani i quali, spesso disarmati, all’indomani del 25 luglio 1943, presero la via delle montagne, spinti da uno sdegno morale che spesso anticipava la scelta politica. In questa chiave il suo antifascismo continua a risultare molto significativo, in quanto fa leva sulla coscienza popolare nata dal Risorgimento, come testimonianza vivente delle parole che gli scrittori più importanti ci hanno consegnato nelle loro grandi opere.

Se è indubbio che la lingua in cui ci esprimiamo precede di secoli l’indipendenza politica, rendere omaggio a San Francesco significherebbe certificare la nostra vera origine. Con Dante, Boccaccio e Petrarca abbiamo mosso i primi passi. I ragionamenti di Machiavelli e Gucciardini e le fantasie di Ariosto e Tasso ci hanno fatto diventare adulti. Siamo passati attraverso le vicende drammatiche di Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galileo Galilei. Giambattista Vico ci ha dato una dimensione europea. È vero: abbiamo raggiunto l’unità nazionale grazie a Garibaldi e Cavour. Ma senza Foscolo, Leopardi e Manzoni, essere italiani non avrebbe senso. Lo sapeva Giuseppe Mazzini, sepolto a Genova, nel cimitero di Staglieno, accanto alla tomba di Ferruccio Parri.

6 maggio 2019