“Le anime morte” di Gogol’, un trattato sulle nostre imperfezioni

Nelle pagine del capolavoro della letteratura russa, la scissione tra lo straordinario imbroglione protagonista del racconto e l’Autore, capace di memorabili incursioni

Fra i grandi classici della letteratura russa Le Anime morte di Nikolaj Gogol’, pubblicato nel 1842, è forse quello che più di ogni altro, nella sua natura grottesca, ha suscitato l’interesse dell’uomo moderno, come se nel ghigno beffardo dell’indimenticabile protagonista, Cicikov, ineffabile manigoldo alla ricerca dei servi della gleba già scomparsi da utilizzare quali ipoteche per arricchire il suo patrimonio, fosse celata la tipica disillusione novecentesca riguardo ai sogni di rinnovamento e alle speranze di giustizia che, sbagliando, potremmo riporre nei nostri simili. È inutile affannarsi a trovare negli individui chissà quali carte palingenetiche, ci avrebbe suggerito il grande scrittore, meglio ridere insieme a lui sulle tragicomiche vicissitudini del suo personaggio in giro nel calesse da una proprietà all’altra nel tentativo di raggirare i più creduloni, pronto a controbattere i meno ingenui, magari ingaggiando con questi ultimi perfino qualche pericolosa tenzone.

Ed ecco quindi balzare davanti a noi, riuniti tutti insieme in un repertorio di caratteri che resta per sempre nella mente di chi legge, improbabili filosofi possidenti, oziose signore di campagna, avari e spendaccioni, monaci e rubacuori, capitani coraggiosi e infingardi della peggior risma, ognuno prigioniero nel proprio mondo interiore, serrato a doppia chiave dall’arroganza, dalla finzione, dalla tracotanza o dalla semplice paura di guardarsi allo specchio. Senonché, a rileggere il capolavoro gogoliano nella bella, appassionata traduzione di Paolo Nori, uscita ormai dieci anni fa e facilmente reperibile nei tipi della Universale Economica Feltrinelli (pp. 348, 10 euro), salta piuttosto agli occhi la fondamentale decisiva scissione fra lo straordinario imbroglione e il cosiddetto Autore, capace di inserirsi nel racconto con memorabili incursioni tese a stemperare l’ansia di Cicikov, tutto preso dalla sua investigazione pratica, illuminando la visione del lettore per invitarlo a gettare uno sguardo meno effimero sul meraviglioso paesaggio circostante.

Soltanto così potremo scoprire la matrice antica della terra attraversata, fra steppe, fiumi, montagne e distese di neve, arrivando forse a comprendere la ragione profonda del nostro destino: «Russia! Cosa vuoi da me? Che legame inconcepibile si cela tra noi? Perché guardi così, e perché tutto quello che è in te ha fissato su di me i suoi occhi pieni di attesa?». E, poco più in là: «Solo soletto, da qualche parte, a una finestrella tremola magari un lumicino: sarà un artigiano cittadino che cuce il suo paio di stivali, un fornaio che s’affacenda intorno a una stufetta? Ma chi se ne importa? Che notte! Forze del cielo, che notte che c’è in alto! E che aria, che cielo, lontano, alto, là, nella sua profondità inaccessibile, che si estende così immensa, sonora e chiara».

Sono questi gli scarti lirici che, creando un doppio piano fra le quotidiane peripezie del piccolo truffatore e la potenza fantasmagorica dell’ambiente esterno, rendono il testo ancora più sorprendente, come un impossibile trattato sulle nostre cento imperfezioni, seguendo la scia di un amore sconfinato, sebbene nascosto, nei confronti dell’essere umano: «Per strada! Per strada! Via dalla fronte la ruga che vi correva, e severo sia il volto! Andiamo, tuffiamoci nella vita con il suo silenzioso ticchettio e i suoi sonaglietti e vediamo cosa fa Cicikov».

2 gennaio 2019