“Le cose che portiamo”, la guerra del Vietnam vista da O’ Brien

L’autore partecipò al conflitto, restandone segnato per sempre. I racconti, ristampati in una nuova traduzione, sono vere e proprie schegge di verità autobiografica dentro la carneficina e il caos

«Sei stato leale. Il tuo Paese no»: è una dichiarazione che Vincent Caputo incise per sempre in A rumor of War (1977), a proposito del conflitto del Vietnam. Il titolo di quel suo libro, in evocazione evangelica (Matteo, 24,6: «Quando sentirete parlare di guerre, vicine o lontane, non abbiate paura: bisogna che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine del mondo»), mi è tornato in mente rileggendo Le cose che portiamo di Tim O’ Brien, appena ristampato da Dea Planeta (pp. 267, 17 euro) nella nuova traduzione di Carlo Prosperi (era uscito tanti anni fa da Leonardo edizioni: Quanto pesano i fantasmi).

Sono un appassionato della narrativa americana ispirata al Vietnam: forse perché da piccolo vedevo nelle edizioni del telegiornale, rigorosamente in bianco e nero, i primi reportages: elicotteri e marines, le facce di Lyndon B. Johnson e Richard Nixon mentre cercano di rassicurare i loro connazionali, i cortei dei pacifisti coi capelli lunghi davanti alla Casa Bianca. Scene che, divulgate al cinema, si sono stampate nella nostra mente. Tim O’ Brien partecipò alla guerra restandone segnato per sempre come uomo e scrittore.

C’è in lui una dimensione onirica che in certi momenti esalta il suo stile, come nel romanzo Inseguendo Cacciato (in cui immagina che un disertore fugga dalle risaie del Mekong fino a Parigi), in altri casi lo tradisce, ma nessuno potrà mai negare a questo scrittore, che ha appena superato i settant’anni, autenticità e rigore: i racconti compresi in The Things they carried, vere e proprie schegge di verità autobiografica dentro la carneficina e il caos di Song Tra Bong, lo confermano.

Restano nella memoria i ritratti di guerrieri adolescenti appena usciti dal college, insieme ai volti dei poveri civili trascinati nello scempio bellico: la bambina che danza davanti alle rovine della sua casa distrutta; gli occhi sbarrati del soldato abbattuto; il tentativo non riuscito di salvare il proprio amico nella melma fangosa di un campo. Ogni scrittore che si è misurato coi ricordi della guerra vietnamita ci ha lasciato la cenere di una carta andata in fumo, insieme al sogno della sua giovinezza spezzata. Lasciamo stare i centoni letterari (Neil Sheehan, G. Moore e L. Galloway, Seymour Hersh). Sulla vetta resta il capolavoro assoluto di Michael Herr, Dispacci (1968), matrice ideativa di ogni altra opera venuta dopo. Ma come dimenticare le cronache infiammate che compongono Nato per uccidere (1973) di Gustav Hasford; le luci che cadono oblique su Dog soldiers (1974) di Robert Stone; Nell’esercito del faraone (1994), dove Tobias Wolff paragonò l’armata americana ai cavalieri egiziani travolti dalle acque del Mar Rosso nell’esodo biblico?

In questo affollato “parterre de rois”, Tim O’ Brien piazza il suo colpo decisivo proprio in un racconto di Le cose che portiamo, intitolato Sul Rainy River. Non è ambientato in guerra, ma ti fa capire cosa significa andarci oppure no. I giovani americani, al tempo in cui ricevevano l’avviso di arruolamento, erano costretti a scegliere: chi si rifiutava diventava un disertore; non pochi fuggirono nelle pianure del Canada. Anche Tim O’ Brien, appena laureato, fu tentato di farlo. In queste pagine rievoca i giorni tristi trascorsi sulle rive del fiume al confine tra i due grandi Stati. A fargli compagnia c’è un indimenticabile vecchio. Che non dice niente, ma i cui silenzi pesano doppio.

19 giugno 2018