L’energia di Herzog dall’autobiografia
Rigore e lucidità, nell’opera di uno dei più grandi registi dei nostri tempi, nato nel 1942 in un paesino di montagna della Baviera, con un’infanzia nella Germania appena uscita dal nazismo
Ognuno per sé e Dio contro tutti è l’autobiografia di Werner Herzog (Feltrinelli, traduzione di Nicoletta Giacon), uno dei più grandi registi dei nostri tempi, sebbene tale definizione possa risultare imprecisa, anche a causa dei film da lui realizzati, quasi sempre documentari, fra cronaca e allucinazione, collocabili, secondo un’immagine dello stesso autore, in una zona “intermedia” fra cinema e letteratura.
Del resto il titolo di quest’ultimo testo compariva già nell’Enigma di Kaspar Hauser, targato 1974, uno dei suoi risultati più intensi. Nato nel 1942 a Sachrang, remoto paesino di montagna della Baviera, Herzog ha vissuto un’infanzia arcaica e selvaggia nella Germania sconvolta appena uscita dal nazismo. La madre, come si evince dalle pagine che il figlio le dedica, è stata di gran lunga più importante del padre, spesso assente non solo a causa della guerra, peraltro rievocata a posteriori con occhi di bambino: «Dovete vederlo, ragazzi – gli disse un amico una sera, dopo averlo invitato sulla cima di un promontorio a vedere i bagliori dei bombardamenti alleati -. Rosenheim sta bruciando».
Superati i pericoli bellici e la povertà familiare, Werner cominciò a viaggiare da solo in giro per il mondo, consumato da una specie di furore conoscitivo: Europa, Africa, Stati Uniti. Forse nemmeno lui sapeva cosa stesse cercando. Una volta gli capitò di essere fermato alla dogana di Los Angeles perché era arrivato in aereo dal Vecchio Continente senza bagagli. In questo ideale di leggerezza si avvicinava a Bruce Chatwin, grande amico, il quale prima di morire gli lasciò in eredità il suo leggendario zaino di pelle.
Tutti gli appassionati cultori di Herzog troveranno qui pane per i loro denti: dal famoso contrastato rapporto con gli attori (i demoni di Klaus Kinski) ai mitici viaggi a piedi (fra cui quello che diede origine al capolavoro Sentieri di ghiaccio), dalle perlustrazioni nei luoghi impervi del pianeta alla strampalata formazione come cineasta-autodidatta, fra i mestieri improbabili della giovinezza (saldatore, parcheggiatore) e le avventure più estreme (ammalato in Congo, quasi ragazzo, spesso a rischio della vita in numerose azioni cinematografiche), dalle passioni talvolta sorprendenti, come quella calcistica, con una speciale predilezione per Franco Baresi, campione milanista, ai memorabili incontri (Mike Tyson, Marlon Brando, Jack Nicholson).
L’energia espressiva di Herzog, che caratterizza l’intera sua opera, non gli ha mai impedito di conservare rigore e lucidità. L’esploratore degli abissi deve mantenere il controllo. Egli confessa di non aver mai fatto ricorso a droghe dichiarandosi contrario a ogni eccessiva introspezione: «Preferirei essere morto piuttosto che andare da uno psicanalista perché penso che in ciò vi sia qualcosa di profondamente sbagliato. Se si illumina di una luce intensa una casa, essa diventa inabitabile».
13 marzo 2024

