L’esame di maturità e il sentirsi parte di uno snodo generazionale

L’avvicendarsi dei diplomati da un anno all’altro, come il succedersi dell’alba e del tramonto. Un sentimento in grado di mettere insieme speranza e disincanto, che vede i ragazzi protagonisti unici di un passaggio comune

Quest’anno gli esami di Stato, che tradizionalmente concludono il ciclo di studi delle scuole medie superiori, cadono in tempo di guerra: quella drammatica israelopalestinese e quella, altrettanto lacerante, fra Russia e Ucraina. Nella mia esperienza i ragazzi ne avvertono l’eco sottotraccia, anche nel momento in cui, almeno ai nostri occhi, sembrano rimuovere i conflitti in corso con atteggiamenti di apparente superficialità.

Eppure le turbolenze internazionali, nel contrastato dibattito che ha recentemente coinvolto alcune frange della popolazione studentesca universitaria, non possono non chiamare in causa i liceali, i quali si apprestano a passare, non senza inquietudine, dal mondo dell’aula chiusa e protetta a quello accademico, più libero e aperto, in cui dovranno dimostrare di aver conquistato l’autonomia necessaria per prepararsi da soli ad affrontare il nuovo cimento.

A molti adulti può sembrare sorprendente l’ansia che pervade gli adolescenti proiettati verso la maturità, specie pensando alla risibile percentuale di bocciati che ogni anno viene registrata sul piano nazionale, tuttavia noi non dovremmo mai dimenticare un fatto: i diciottenni compiono per la prima volta il percorso già intrapreso dalle generazioni precedenti, inoltre non sono abituati a essere giudicati con severità, anzi, la rivoluzione digitale li ha in qualche modo illusi che, perfino quando si commette un danno, si può passare indenni, evitando di pagare il prezzo del risarcimento.

In tale prospettiva il vecchio sistema degli esami, con le sue ritualità degli scritti e del colloquio orale, assomiglia a un reperto del passato che s’inscrive in una struttura pedagogica profondamente modificata. L’ansia della prestazione aumenta anche di fronte all’evidenza del minimo rischio, fermo restando l’importanza che ancora viene attribuita al voto finale, coinvolgendo le famiglie e gli stessi docenti, compresi coloro che vorrebbero sottrarsi al peso del giudizio da formulare, in nome di una concezione meno selettiva dell’istruzione.

Del resto, finché il diploma conserverà il suo valore legale, sarà impossibile anche soltanto pensare alla scuola come intensificazione della vita, prima ancora che istituzione pubblica. Ogni volta che mi confronto con gli studenti alle prese con gli esami di maturità, resto affascinato dal ripetersi dello stesso meccanismo psicologico di sempre: il timore della prova che li attende, il desiderio e la paura di misurare sé stessi, l’apprensione legata a un cambiamento esistenziale, l’incombente necessità della scelta da fare riguardo a ciò che vorrebbero diventare.

Grandi questioni che non si possono ridurre in chiave didattica: ce ne rendiamo conto quando chiediamo ai maturandi di illustrarci i loro progetti. Chi ha già deciso cosa farà, chi sente il terreno franare sotto i suoi piedi, chi tende a drammatizzare, chi invece rimuove il medesimo concetto di ostacolo. È il consueto, irresistibile spettacolo della giovinezza, colta nel suo laborioso transito verso la maggiore età. Come possiamo aiutare i più giovani a superare questo momento critico? Dovremmo riuscire a renderli consapevoli della dimensione corale che assume un evento come questo: molti di loro altrimenti rischiano di viverlo nella solitudine individuale, schiacciati dagli schemi elaborati, dalle mappe concettuali, dagli strumenti che gli sono stati assegnati.

Sarebbe utile far comprendere ai ragazzi che in realtà si tratta di un passaggio comune al quale stanno partecipando da protagonisti unici. È questa anche la ragione per cui dovremmo tutti sentirci parte di uno snodo generazionale, come se l’avvicendarsi dei diplomati da un anno all’altro assomigliasse al succedersi dell’alba e del tramonto. Un sentimento in grado di mettere insieme speranza e disincanto che particolarmente noi romani, cresciuti di fronte alle macerie del tempo antico, conosciamo bene.

18 giugno 2024