Lettera alla città, Ciccarelli: «Famiglie fragili, dare fiducia ai giovani»

La presidente del Forum regionale denuncia le responsabilità di politica ed economia. «Nella società non entrano energie nuove»

La presidente del Forum regionale denuncia le responsabilità di politica ed economia. «Nella società non entrano energie nuove. Il male di Roma? L’indifferenza»

«Una lettura intensa e uno sguardo concreto sulla città». Così Emma Ciccarelli, presidente del Forum famiglie del Lazio, definisce la «Lettera alla città» firmata dal cardinale vicario Agostino Vallini con il Consiglio pastorale diocesano. «Ha descritto con grande realismo l’aria che si respira a Roma. Nella Capitale è venuto meno il senso di appartenenza e domina un sentimento di sfiducia verso le istituzioni», dice Ciccarelli. «Ma – aggiunge – questo documento non fornisce solo il disegno della città, offre spunti di riflessione e stimoli per scrivere pagine nuove».

Quale la malattia di Roma?
L’indifferenza a qualsiasi situazione, male o disagio. Il dolore dell’altro non ci tocca. Lo si guarda come se non ci riguardasse.

Come guarire?
C’è da recuperare la dimensione spirituale della persona. Va riscoperto il rapporto con Dio. Siamo di fronte ad una società molto frammentaria. A farne le spese è la famiglia.

Cosa rende le famiglie così fragili?
La solitudine e la mancanza di relazione. In famiglia si è persa la capacità di ascolto. Si costruiscono mondi dove l’altro non entra. Si vive insieme, ma non c’è condivisione e con il passare del tempo si formano dei muri. Questa incomunicabilità deteriora la coppia. A ciò si aggiungono i tempi lavorativi che portano ad una impossibilità di parlare. Per cui subentra l’abitudine e la quotidianità.

Quanto influisce l’aspetto economico?
Ha un peso importante. Non avere la garanzia di un reddito minimo non permette alla famiglia di sopravvivere. Inoltre, l’impossibilità di poter acquistare il minimo apre la strada a una forte conflittualità. La preoccupazione lacera le relazioni.

L’Italia è tra i Paesi più anziani d’Europa. Come invertire la tendenza?
Bisogna dare fiducia e infondere speranza nei giovani. Il problema è che abbiamo una generazione ferma, per cui nella società non si immettono energie nuove. I giovani sono come in una gabbia, relegati nella famiglia d’origine. Questa condizione non dà il coraggio di fare una famiglia o di avere figli. La responsabilità è della politica e dell’economia. Al centro non si mettono le giovani generazioni. E poi un ruolo lo gioca la cultura che non investe in innovazione. Questo significa ridurre di molto per i giovani la possibilità di poter entrare nel mercato e di usare la creatività e competenza.

Cosa bisognerebbe fare?
Guardare ai giovani con un occhio diverso. Bisogna aprire loro delle strade e incoraggiarli a fare delle scelte. Abbiamo una società che sta creando delle situazioni alienanti con adulti che hanno comportamenti adolescenziali e non sono di sostegno. A questo punto ci dovremmo fare una domanda: che modello educativo diamo ai nostri figli? In tal senso penso che i giovani siano più maturi; sono più coraggiosi e rischiano più degli adulti, che invece, hanno paura di perdere quel che hanno conquistato. E quindi non consegnano il testimone alle nuove generazioni.

Come intervenire?
Innanzitutto va abbandonata la dimensione dell’Io, che ci fa perdere il contatto con la realtà, e promuovere una cultura dell’incontro.

Come favorire un’educazione al rispetto delle differenze?
Dimostrando la bellezza della differenza contro una cultura dell’omologazione che ci vorrebbe tutti uguali. La diversità è un valore, crea la ricchezza di una società.

Inoltre, come promuovere un’educazione all’affettività?
Attraverso un’attenzione all’ascolto dell’altro. Non solo alla corporeità e ai sentimenti, ma guardando a tutta la persona. Quindi mente, ragione, anima. Poi mettendosi in ascolto del proprio corpo e di quello dell’altro. Questo permette di costruire una relazione e di uscire dalla logica del possesso per entrare in quella dell’amore. Oggi prevale la dimensione della soddisfazione di un bisogno, di una pulsione. Viviamo in una cultura troppo narcisistica, a dominare è la logica dell’io, che viene messo al centro. A prevalere è sempre la soddisfazione dei bisogni individuali e questo logora ogni tipo di rapporto.

Come creare una cultura inclusiva in un modo che tende sempre di più ad escludere e a scartare?
Su questo il Convegno di Firenze ha dato importanti spunti di riflessione. Non servono grandi mezzi ma è necessario riscoprire l’umano che c’è in noi. Educarsi per educare. E per farlo servono comportamenti concreti che investono la vita quotidiana. L’altro è un essere nuovo da amare e rispettare. Per farlo non servono grandi cose ma gesti concreti e semplici.

9 dicembre 2015