Madeo: ritratto di Antonina e Teodora

Pubblicato da Pironti, “Si regalavano infamie”, brillante ricostruzione di due figure femminili alla base della civiltà occidentale: le mogli del generale Belisario e di Giustiniano

Nella famosa Lettera al Signor Chauvet, del 1820, Alessandro Manzoni indicò una volta per sempre l’irto sentiero che attende il romanziere propenso a misurarsi con la storia: egli sarà chiamato da una parte a rievocare il passato, perlomeno il segmento da lui scelto quale emblematico, in modo possibilmente più libero e ampio rispetto ai manuali; dall’altra dovrà guardarsi dall’invenzione fine a se stessa, scevra dalla verosimiglianza, che potrebbe rendere la sua narrazione fittizia, artificiosa e convenzionale.

La cultura letteraria novecentesca, nella tracotanza delle sperimentazioni più estreme, ha provveduto a spazzar via in un colpo solo tali considerazioni, le quali tuttavia mantengono una loro forza persuasiva per chiunque si appresti ad immergersi nella tradizione volendo rianimarla. È quanto fa, non da oggi, Liliana Madeo, fra i cui libri ricordiamo soprattutto quello dedicato a Ottavia, la prima moglie di Nerone, uscito sedici anni fa negli Oscar Mondadori.

Pochi mesi or sono questa autrice, giornalista, consulente di programmi radiotelevisivi, direttrice del periodico Differenze, inviata del quotidiano La Stampa, ha pubblicato, presso l’editore Pironti Si regalavano infamie (pp. 350, 15 euro), una brillante ricostruzione di due figure femminili che sono alla base della civiltà occidentale: Antonina, moglie del generale Belisario, e Teodora, consorte di Giustiniano, imperatore di Costantinopoli. Entrambe di origini oscure e tormentate, queste donne, complici e sodali, vivendo nelle corti mediorientali, furono protagoniste di congiure e tradimenti, dispute teologiche, inganni e tranelli, in un’epoca di passaggio fra l’età romana e quella barbarica, al tempo delle guerre goto-bizantine, nell’ultimo, estremo tentativo di ricucitura del vecchio impero ormai in progressivo disfacimento.

La fonte essenziale del volume resta Procopio di Cesarea, insieme agli altri, anche se la composizione del testo, come anticipa nella lettera introduttiva la stessa Liliana Madeo, è stata volutamente libera: «Un giorno ho messo tutto da parte e ho cominciato a scrivere. Non con il sapere dello storico né con la mano estrosa del romanziere ma da cronista, quale sono stata per anni lavorando in un grande giornale». Senza peraltro trattenere, aggiunge citando un passo di J. L. Borges, un possibile riflesso autobiografico. Assai utili risultano, in calce al romanzo, la cronologia e l’elenco dei personaggi, da Giovanna, figlia di Antonina, che inframezza il racconto con il suo corsivo, a Fozio, Teodosio, Anastasio, Egeria, Marcella, Orosio. Ma forse il modo migliore di apprezzare queste pagine è quello di abbandonarsi fiduciosi al flusso della narrazione, in particolare negli interstizi paesaggistici dedicati all’Urbe imperitura: «Antonina si guardava intorno come stordita da quel trionfo di luce, di verde, di bellezza in cui era immersa».

15 marzo 2022