Massimo Cotto: «A Sanremo non conta chi vince ma chi rimane»

Intervista al direttore artistico di Area Sanremo sul Festival al via dal 4 febbraio. «È una grande vetrina». Ventiquattro i big in gara nella 70esima edizione

Conto alla rovescia per la 70esima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo, in onda su Rai1 dal 4 al 8 febbraio. La direzione artistica di Amadeus ha già fatto discutere, come da copione. “Sarà il Sanremo di tutti,” ha fatto sapere il conduttore, assicurando di dare spazio a ogni genere musicale, come aveva già iniziato a fare Baglioni, suo predecessore, che non si è smentito con la vittoria della rivelazione Mahmood.

Tante le novità di quest’anno, a partire dalla reintroduzione delle Nuove Proposte in una gara a parte. Tra queste, i cinque artisti selezionati dalla giuria televisiva, dal televoto, dalla giuria demoscopica e dalla commissione musicale: Leo Gassman con il brano Fai bene così, Fadi con Due di noi, Marco Sentieri con Billy Blu, Fasma con Per sentirmi vivo e gli Eugenio in Via Di Gioia con Tsunami, ai quali si aggiungono Tecla Insolia, la sedicenne vincitrice di Sanremo Young che al Festival porta la canzone 8 marzo, e Matteo Faustini con Nel bene e nel male, e il duo formato da Gabrilla Martinelli e Lula , con Il gigante d’acciaio, provenienti da Area Sanremo.

Sono ventiquattro i big in gara. Tanti i temi affrontati nei testi che verranno presentati sul palco dell’Ariston: l’amore, in ogni sua forma, compreso quello padre–figlia (Iannacci), madre–figlia (Giordana Angi), e nonno-nipote (Piero Pelù), i ricordi, la forza di rialzarsi, la società di oggi. Per la musica, si spazia dal pop al rock, dal rap e qualche sfumatura jazz, fino alla dance.

A sfidarsi Anastasio con Rosso di rabbia, titolo che è tutto un programma, Giordana Angi con Come mia madre, Bugo e Morgan con l’ironica Sincero, il già contestatissimo (per la violenza di suoi precedenti testi) Junior Cally con No grazie, Diodato con la ballad Fai rumore, Elodie con la pimpante Andromeda scritto da Mahmood e Dardust, il vincitore 2017 Francesco Gabbani con Viceversa, Irene Grandi con Finalmente io, scritta da Vasco Rossi e Gaetano Curreri degli Stadio, Raphael Gualazzi con Carioca, quasi una samba brasiliana, Paolo Jannacci con la tenera Voglio parlarti adesso, Le Vibrazioni con la delicata Dov’è, Elettra Lamborghini con la ballabile Musica (e il resto scompare), Achille Lauro con Me ne frego, brano elettropop, Levante con Tiki Bom Bom, contro ogni forma di discriminazione, Marco Masini con l’introspettiva Il confronto, Enrico Nigiotti con la romantica Baciami adesso, Rita Pavone con la sorprendentemente moderna Niente (Resilienza 74), Piero Pelù con Gigante, dedicata al nipotino di due anni, i Pinguini Tattici Nucleari con la sarcastica Ringo Starr, il rapper romano Rancore con Eden, Riki con la ruffiana Lo sappiamo entrambi, Tosca con l’emozionante Ho amato tutto, Alberto Urso con Il sole a est, dai toni lirico – pop, e Michele Zarrillo con un brano aggressivo rispetto al suo repertorio Nell’estasi o nel fango.

Ne parliamo con Massimo Cotto, direttore artistico di Area Sanremo, il concorso canoro che permette a due degli otto vincitori, selezionati da una giuria, di accedere alla sezione Nuove Proposte del Festival. Voce storica della radiofonia, attualmente in forza a Virgin Radio, prolifico autore, direttore artistico di diversi festival, giornalista musicale, Cotto ha lavorato a lungo nei quotidiani e per le principali riviste italiane e internazionale. Per vent’anni ha lavorato in Rai come conduttore di programmi radiofonici e televisivi e autore di numerosi programmi. Il 6 febbraio uscirà il suo nuovo libro “Il Decamerock” (ed. Marsilio), che debutterà anche come spettacolo teatrale il 12 da Sant’Agata Bolognese.

Partiamo da Area Sanremo: che esperienza è per te?

Vincitori Area Sanremo 2019
Vincitori Area Sanremo 2019

È una bellissima esperienza. Da lì sono nati Arisa, Simona Molinari, Mahmood, solo per citare quelli che sono passati da me, ma vorrei ricordare anche Renzo Rubino tra quelli che hanno avuto più successo. Ma ce ne sono anche tanti altri che riescono a vivere di musica pur non essendo diventati così famosi. La differenza tra la selezione della Rai e quella di Area Sanremo è semplice: quelli che arrivano da Sanremo giovani sono più strutturati, hanno già un’etichetta, hanno fatto dei dischi; da noi sono dei perfetti sconosciuti che non hanno ancora inciso nulla. È come mettere in campo insieme squadre di serie A e di serie C, che qualche volta sono più brave delle prime. Area Sanremo è un po’ il sogno americano. Pensi di avere qualcosa da dire, non hai una casa discografica, non hai un contratto e hai solo 3 minuti e mezzo per dimostrare che sei bravo.

Sanremo 70 è un bel traguardo. Ma lo è più per la storia della tv italiana o per la musica?

Un tempo il Festival era tutto, era rappresentativo al cento per centro della musica italiana, se pensiamo all’epoca dei cantautori, negli anni Sessanta, anche i grandi nomi come Gino Paoli o Tenco, passavano da Sanremo. E il Festival di Sanremo una volta, nel bene e nel male, poteva davvero decidere le sorti di una carriera. Adesso invece è la più clamorosa delle vetrine, tant’è che chi viene dai talent sogna Sanremo, ma chi ha fatto Sanremo non va a fare i talent. Sarebbe come un passo indietro. Quindi oggi va preso per quello che è: una cosa rappresentativa di una parte della musica italiana, una grande vetrina, dove tu hai la possibilità di fare in una settimana quello che solitamente si riesce a fare nell’arco di un anno.

Hai ascoltato le canzoni?

matteo faustini gabriella martinelli
Mattei Faustini e Gabriella Martinelli e Lula

No, non le ascolto per principio, perché secondo me un conto è ascoltare un provino, un altro godersi l’esibizione con l’orchestra, è completamente diverso. Su quel palco, con l’emozione, anche con le stonature, le canzoni possono prendere vita oppure arenarsi. C’è una componente emozionale che fa la differenza. Lo dico anche per esperienza. Quando ho fatto l’autore nel 2010, il Festival della Clerici, io avevo il compito di fare quello che in gergo si chiama “termosifone”, ovvero scaldare gli artisti nel tragitto tra il camerino e il retropalco. E posso assicurare che tutti “se la fanno sotto”, anche i più navigati, che magari hanno anche già vinto Sanremo. Ricordo l’esibizione nel 1994 di Giorgio Faletti, che era il mio migliore amico. Mentre cantava “Signor tenente” era come in trance e si pensava che fosse entrato nella canzone, invece era solo terrorizzato! Il palco dell’Ariston fa tremare le ginocchia e la voce a tutti.

Da rockettaro, in generale, come trovi l’attuale panorama musicale?

Il rock italiano è molto vivo ma purtroppo lontano dai grandi numeri. Se giri per i locali, nei piccoli club trovi gruppi bravissimi che stentano ad arrivare alla luce. C’è tanto talento, c’è ancora voglia di esprimersi attraverso il rock, ma non si trova spazio nelle radio, salvo alcune eccezioni, come Virgin e Radio Freccia. Troppe chitarre oggi danno fastidio.

Visto che non hai ascoltato le canzoni, cosa ti aspetti dal Festival?

Faccio una premessa. Oggi uno dei grandi problemi che abbiamo come mondo discografico è che abbiamo smesso di ragionare in termini di carriera, come invece si faceva una volta, quando dietro a un artista c’era un percorso. Lo stesso De Gregori è esploso al quarto disco. Oggi, vista la contrazione del mercato discografico molto forte, si ragiona in termini di singolo brano, infatti il disco non è più nemmeno stampato su supporto fisico. Quindi io vorrei un Festival con qualche canzone in grado di rimanere nel tempo e di essere un passo importante per le carriere. Come è successo lo scorso anno ad Achille Lauro o allo stesso vincitore Mahmood. Quest’anno sono molto curioso di ascoltare Gabbani. Dalle sue interviste deduco che stia tentando il percorso di Arisa, che veniva da canzoni allegre e brillanti e poi ha vinto con una canzone dolente e struggente come “La notte”. Gabbani arriva da canzoni che tutto il mondo ha cantato e ballato e vorrei essere spiazzato. Quando ascolterò le canzoni vorrei poter dire “Questa rimane” non “Questa vince”.

31 gennaio 2020