Migrazioni, tra misura colma della disumanità e cinica realpolitik
Dal naufragio di Lampedusa, nel 2013, a quello di Crotone, il 26 febbraio. Avremmo dovuto batterci il petto per chiedere perdono: tutti nessuno escluso, soprattutto se credenti, ancora di più se cristiani. Perdono per tutte le vittime degli ultimi 10 anni: 25mila
A quasi 10 anni dal viaggio a Lampedusa risuonano come un monito le parole pronunciate da Papa Francesco nell’omelia della Messa in suffragio per le vittime del mare: «Signore, in questa liturgia, che è una liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!».
A una settimana dalla tragedia che ha segnato ancora una volta la storia dell’immigrazione forzata in Europa, in Italia queste parole interrogano. In tanti in questi giorni hanno espresso dolore e cordoglio di fronte alle vittime, ai tanti bambini, alle donne e agli uomini spesso senza nome. Ma nessuno ha chiesto perdono, ha invocato il loro perdono e il perdono del Dio che sta a fianco dei poveri. Abbiamo denunciato la responsabilità degli scafisti, venditori senza scrupoli di morte, che mercanteggiano speranza con chi non vuole smettere di sperare nonostante la Storia non gli abbia fatto sconti. Uomini senza scrupoli certo! Ma coloro che guidano le barche, quando non sono anche loro vittime assoldate per trasportare altre persone e loro stessi, sono solo l’ultimo anello di una catena di male che vede molte volte al vertice, quella criminalità organizzata che ha trovato nel traffico di persone uno dei tanti modi di fare profitto.
Abbiamo invocato la responsabilità dell’Europa che sembra ormai far dipendere ogni sua decisione da interessi economici più o meno manifesti, ma che sempre più spesso sembra aver smarrito i valori fondanti della Carta dei diritti dell’Unione Europea e delle Costituzioni degli Stati che la compongono. Questo insinua il dubbio che anche decisioni unanimi prese per la pandemia da Coronavirus prima e per la guerra in Ucraina poi siano state dettate dagli stessi interessi più che da una vera cura dei propri cittadini e da un senso di umanità per la sorte di altri popoli. Questo spiegherebbe perché la pandemia non abbia creato maggiore coesione europea e le scelte per i profughi ucraini non abbiano portato con sé una sensibilità mutata per i profughi di ogni dove.
Siamo arrivati persino a incolpare gli stessi migranti, definiti come genitori irresponsabili (vittime invece, ahimè, di sistemi ingiusti e profondamente disuguali) di quei bambini (vittime innocenti, della guerra, della povertà, di un’infanzia negata), presenze inconsapevoli in questi viaggi disperati. Guai ai poveri! recita un libro di qualche anno fa che analizza il processo di far ricadere sui poveri la responsabilità della loro condizione. Ancora una volta questo atteggiamento si ripete, in altre circostanze. Si guarda con disprezzo e sufficienza chi non si trova a poter scegliere tra un bene e un meglio, ma tra un male e un male peggiore senza avere alternative e viene colpevolizzato nella propria scelta costretta.
Allora, dopo il cordoglio o il silenzio che la morte, soprattutto se in condizioni tragiche, suggerirebbe, avremmo dovuto batterci il petto per chiedere perdono: tutti nessuno escluso, soprattutto se credenti, ancora di più se cristiani. Perdono per tutte quelle vittime che nel periodo di questi 10 anni sono passate sotto silenzio, se ne stimano circa 25mila. Perdono per la nostra indifferenza, che si è fatta globale come ricordava Papa Francesco in quell’omelia. Perdono per un cuore che ormai si è anestetizzato e a volte ha un sussulto solo se i morti sono tanti e vicini. Perdono anche per chi lucra su questi viaggi e per chi dovrebbe governarli e potrebbe prendere decisioni più lungimiranti e solidali ma per i quali non sembra mai giunta la misura colma della disumanità mista a una cinica realpolitik.
(Camillo Ripamonti, gesuita, presidente del Centro Astalli)
6 marzo 2023

