Nei diari di Panikkar l’inquietudine dell’uomo senza radici

Pochi come lui hanno tentato una sintesi fra Oriente e Occidente, terra e cielo, fino al punto di sperimentare su se stesso l’anelito all’infinito

Raimon Panikkar, nato a Barcellona nel 1918 da madre cristiana e padre induista, è stato una delle personalità religiose più originali del ventesimo secolo: sacerdote cattolico, innamorato delle Upanishad, venne accolto con ogni onore anche dalle comunità tibetane buddiste. Pochi come lui hanno tentato una sintesi fra Oriente e Occidente, interno ed esterno, terra e cielo, fino al punto di sperimentare su se stesso l’anelito all’infinito, non chissà dove e come, ma qui e ora, sulla crosta del pianeta, dentro i limiti del nostro corpo e delle nostre percezioni. Si formò in Spagna e Germania, studiò a Roma, fu chimico, teologo, scienziato, conferenziere, maestro.

Entrò e uscì dall’Opus Dei. Seguì con interesse i lavori del Concilio Vaticano II la cui innovativa ispirazione in qualche modo egli stesso incarnava. Scambiò esperienze significative con grandi personalità del suo tempo: da Octavio Paz imparò la sacralità del linguaggio, da Ivan Illich la potenza dell’educazione, da Paul Ricoeur l’attenzione nei confronti dell’altro. Negli anni coltivò con grande profitto la sua naturale predisposizione alla relazione fra mondi culturali apparentemente inconciliabili. Fu comunque un isolato, talvolta non compreso. Del resto non era facile seguirlo nelle sue scelte coraggiose e sempre controcorrente. Con gli intellettuali pareva spaesato, coi poveri si sentiva fratello. Aveva una caratteristica propensione a vivere in ambienti opposti: poteva essere ospitato come professore ad Harvard, acclamato dagli studenti, e abitare alla maniera di un monaco asceta nella cella del convento.

Insegnò negli Usa e in Italia con successi crescenti, non senza perplessità da parte delle istituzioni. Visse per lunghi anni a Varanasi, sotto gli ordini del vescovo Patrick Paul D’Souza che io ebbi l’onore di conoscere un giorno, proprio nella magnifica residenza alle porte della città santa dove abitava. Ricordo che, durante il nostro incontro, parlammo anche di Panikkar, della sua straordinaria capacità di assimilazione spirituale. E tuttavia, nonostante ogni apertura verso sensibilità diverse, restò profondamente cristiano. Quando morì, nel 2010, le sue ceneri vennero collocate nel cimitero di Tavertet, in Catalogna, secondo la tradizione della madre; un’altra parte fu gettata nelle sacre acque del Gange, secondo quella del padre. 

I diari di Panikkar, L’acqua della goccia (pp. 278, Jaca Book, a cura di Milena Carrara Pavan, 25 euro), ce lo mostrano nella tipica inquietudine dell’uomo senza radici: «“Fa per me la citazione da Giuseppe Ungaretti: “In nessuna / parte / di terra / mi posso accasare”, ma per quanto mi riguarda è vero anche il contrario: posso sentirmi a casa quasi ovunque e anche ovunque potrei fare quel che faccio qui». Colpisce in questi scritti, che attraversano tutta la sua vita, l’estrema fragilità del profeta al quale tutti si rivolgevano per ottenere consigli: con poche amicizie e molte conoscenze, in un misto attivo di azione e contemplazione, solitudine e dimensione pubblica, meditazione e volizione, attenzione al dettaglio e consapevolezza del macrocosmo, alla ricerca inesausta del tempo presente: «Vivere come se dovessi morire domani significa, tra le altre cose, completare la vita oggi», in quella che lui chiamava, con suggestione profondamente agostiniana, la “Tempiternità”. «La vita vera e completa» di cui parlava Giovanni (10, 10).

16 luglio 2018