Noo Saro-Wiwa, reportage esistenziale sulla Nigeria

Un tema cardinale, quello della diaspora africana, affrontato attraverso un viaggio di conoscenza e di avventura sulle orme del padre

Un tema cardinale, quello della diaspora africana, affrontato attraverso un viaggio di conoscenza e di avventura sulle orme del padre

Dopo aver letto “Ogni giorno è per il ladro” di Teju Cole, credevamo di sapere tutto sui ritorni in Nigeria da parte di chi, emigrato in Europa o negli Stati Uniti da piccolo, rivede il Paese natale e, come trasognato, ne scrive. Ma esiste una letteratura della diaspora africana che dovrebbe indurci a riflettere sulla sostanza filosofica di questo tema cardinale. Prendiamo Noo Saro-Wiwa, nata nel 1976 a Port Harcourt, sul Delta del Niger, cresciuta in Inghilterra, figlia di Ken, ucciso per essersi schierato contro le multinazionali del petrolio. Sin da bambina il padre, carismatico e severo, quasi la obbligava a trascorrere le tradizionali vacanze nella terra dei suoi avi. Lei doveva accettare quello sprofondamento atavico che tuttavia non riusciva a comprendere, dal momento che la sua vita si svolgeva a Londra dove era diventata adulta. Poi il tempo è passato e la figura paterna ha cominciato a interrogarla, fino al punto da spingerla a intraprendere un viaggio di conoscenza e d’avventura nelle contrade originarie. Ne è scaturito un reportage esistenziale nella Nigeria contemporanea: “In cerca di Transwonderland” (66thand2nd, pp. 328, 18 euro) che può essere molto utile per chi desidera comprendere il nesso profondo fra ciò che vorremmo essere e ciò che realmente siamo.

Da giovani si pensa al futuro come a un terreno libero da esplorare senza ostacoli. In seguito ci si rende conto del contrario: ci sono vie prefissate per ciascuno di noi che siamo chiamati a scoprire. Per farlo è necessario interrogare i nostri genitori. Nel momento in cui essi vivono può risultare paradossalmente più difficile. Noo Saro-Wiwa attraversa il proprio Paese assumendo un punto di vista davvero eccentrico: nigeriana purosangue, in realtà si sente spesso un’estranea, spinta dagli amici ad accettare stili di comportamento che non condivide e che tuttavia suscitano in lei un’oscura attrazione. Dalla violenta frenesia di Lagos alla calma spettrale di Abuja, fino alla regioni musulmane del nord, al confine con il deserto del Sahara, questa scrittrice di taglio antropologico non esita a formulare un giudizio intransigente nei confronti della corruzione imperante con cui deve fare i conti, ma nel momento in cui lo esprime di fatto rende omaggio al suo progenitore, il quale avrebbe voluto costruire un’Africa nuova.

Tanti sono i momenti magici che il libro propone, a partire dal trasandato parco giochi alla periferia di Ibadan, cui allude il titolo dell’opera, simbolo della perdurante crisi di una nazione che sarebbe in potenza una delle più ricche del mondo, visto il patrimonio petrolifero di cui dispone. Ma forse il momento decisivo è consegnato alle pagine finali dedicate al ritrovamento dello scheletro paterno pietosamente ricomposto dai parenti per evitare che i poveri resti si perdano nella fossa comune. È proprio rimettendo meccanicamente al loro posto gli arti frantumati del padre che Noo Saro-Wiwa pone fine al suo viaggio fuori e dentro se stessa.

10 dicembre 2015