“Onegin”, evento la nuova traduzione

Nel romanzo in versi pubblicato per la prima volta in volume nel 1833, la cellula germinale della narrativa russa moderna. La versione di Giuseppe Ghini per i Classici Cult Mondadori

Negli empirei della grande letteratura la nuova traduzione italiana dell’Eugenij Onegin di Aleksandr Sergeevi Puškin, che Giuseppe Ghini presenta nella collana dei Classici Cult degli Oscar Mondadori (pp. 441, 12 euro), dovrebbe venire salutata in pompa magna: si tratta dell’ultima versione dopo quelle storiche firmate da Ettore Lo Gatto, Eridano Bazzarelli, Giovanni Giudici e Pia Pera. Usiamo il condizionale essendo consapevoli di quanto tale evento possa rischiare di passare inosservato al grande pubblico, come invece non dovrebbe accadere, dal momento che questo romanzo in versi, pubblicato per la prima volta in volume nel 1833, rappresenta la cellula germinale della narrativa russa moderna. Dall’immortale protagonista puškiniano ricavarono alimento gli eroi di Lermontov, Turgenev, Gon arov, Tolstoj, Dostoevskij, Cechov… Onegin ha già in sé qualcosa che attrarrà molti di loro: è un giovane allo stesso tempo intelligente e vanesio, ricco e talentuoso, appassionato e cinico, destinato a lasciare dietro di sé una scia di fuoco e fiamme. «Un tipo strambo, infido e triste, / figlio del cielo o dell’inferno, / angelo o demone orgoglioso? / Eh, già… chi è?», si chiede l’innominato narratore del famoso poema. Difficile dirlo.

Fa presto a diventare confidente privilegiato di Vladimir Lenskij ma, quando comincia a corteggiare Olga, la sua fidanzata, l’amicizia si rompe e la contesa finisce in un duello mortale con le pistole. A frenare l’intrepido giovane sarà Tat’jana, prima da lui illusa («Così una povera farfalla, / preda di un giovane monello, / l’ala iridata agita e batte»), poi giustamente inflessibile di fronte al tardivo ravvedimento dell’antico spasimante: «Io non vi piacqui… E ora perché / voi non mi date più respiro?». È lei a incarnare il controcanto etico dello scrittore in grado di annichilire l’euforia vitalistica di quello che in seguito verrà definito l’uomo superfluo.

Questo nucleo tematico resta compresso e distillato all’interno di un formidabile sistema lirico: chi non conosce il russo può soltanto sbirciare il capolavoro dal buco della serratura, intuendo lo scarto vertiginoso fra il dettato di matrice settecentesca e i tumulti interiori che vengono evocati dai sentimenti tempestosi scaturiti dai personaggi principali. Lo stile smagliante nasconde a stento una smorfia diabolica. Alla fine Onegin torna da Tat’jana e la trova sposata a un anziano generale. Vorrebbe riconquistarla ma subisce la più severa delle lezioni. Tuttavia Puškin non abbandona senza fatica il suo alter- ego: lo dimostrano i Frammenti del viaggio di Onegin, ultimo capitolo inizialmente pubblicato a parte, nei cui versi ancora risplende una giovinezza irrefrenabile e fastosa, prima che metta giudizio: «Soleva un dì il cannone all’alba / dal bastimento rimbombare, / ed io già al mare mi recavo / correndo giù dall’erta riva…. / Così, vivevo allora a Odessa».

6 dicembre 2021