Poesia, libro-testamento di Nooteboom

Una riflessione vitale sulla natura mutevole e cangiante dell’esistenza umana, nella prefigurazione, accorta e lungimirante, di ciò che potrà accadere dopo la fine

Per uno scrittore come Cees Nooteboom, olandese viaggiatore giramondo giunto non senza tremori alla magnifica età di 87 anni, la forzata immobilità a cui lo costringe il Covid poteva essere una iattura, sebbene temprata e, dobbiamo supporlo, resa abbastanza confortevole dalla residenza insulare di Minorca dove abita, ma l’ultima splendida raccolta lirica, Addio. Poesia al tempo del virus, tempestivamente tradotta da Fulvio Ferrari per Iperborea (pp. 84, 11 euro, con una bella postfazione di Andrea Bajani), dimostra cosa egli ne abbia saputo ricavare: una riflessione vitale, a partire da alcuni versi di Empedocle, sulla natura mutevole e cangiante dell’esistenza umana, nella prefigurazione, accorta e lungimirante, di ciò che potrà accadere dopo la fine: «nessuno / sarà più se stesso, nessuna apparizione, / la ritirata dopo la sconfitta / ma senza una meta».

Il libro possiede una forma compatta: tre parti, ciascuna comprende undici poesie di tre quartine con un verso finale che resta appeso al vuoto e rappresenta spesso, come quello appena citato, un monito e/o una speranza. Identica struttura del libro lirico precedente:
L’occhio del monaco (Einaudi, 2019), col quale compone un dittico. Ricordiamo che del filosofo greco presocratico agrigentino restano 111 frammenti del poema “Sulla natura”. Nooteboom, come ci spiega in una nota, aveva cominciato a scrivere inseguendo immagini di guerra (il padre morì sotto ai suoi occhi quando lui era piccolo a causa di una bomba): «Sentiva la lezione come un coniglio il castigo del cacciatore, / una misura senza perdono, e / tutto era finito». Qualcuno gli aveva messo fra le mani una cartella con disegni di teste che misteriosamente si richiamavano ai celebri frammenti di Empedocle. E così da quegli schizzi («occhi / solitari privi di fronte errano intorno ») nasce la visione di «un continente / senza tempo» dove il poeta, come un «airone solitario» si posa meravigliato ma consapevole di dover sopportare il silenzio e l’enigma («fa parte del compito»), senza poter rispondere alle domande chiave: «Quante vite stanno in una vita?», «Chi sono / questi esseri, da quali antri sono usciti / senza un nome?» «Il solitario artefice» «nessuno lo conosce».

Inutile sarebbe scoprire il ritmo con il quale vivi e morti si muovono a passo di danza. Sappiamo soltanto, e non è poco, che ogni territorio bisogna conquistarlo: «Niente
qui è gratis». Le generazioni passano cieche una sopra all’altra: «Tutto è ripetizione». Impensabile anche illudersi di poter trattenere qualcosa: «Cosa volevi / conservare?» Le persone si perdono: «Le ho immaginate finché / ancora le vedevo, sentivo le loro voci lontane, / suoni d’aria». Così come faremo noi: «Deve accadere qui, / qui dico addio al mio sé / e lentamente divento / nessuno». Libro- testamento, questo di Cees Nooteboom, estremo e capitale nella senilità creativa: uno dei suoi più belli.

1° marzo 2021