Racconti dall’«ospedale dei pazzi», omaggio a Mario Tobino

La fama dell’autore legata ai romanzi ricavati dalla lunga consuetudine con l’ospedale psichiatrico di Maggiano (Lucca). Testimonianze di pazienti, infermieri e medici nel volume di Giovanni Contini e Marco Natalizi

Centodieci anni fa nasceva a Viareggio Mario Tobino, uno degli scrittori più rappresentativi del nostro Novecento. Dal Figlio del farmacista (1942) a Una vacanza romana (1992), pubblicato un anno dopo la sua scomparsa, compose alcune memorabili opere, fra cui possiamo ricordare almeno L’angelo del Liponard, nome di bastimento, Il deserto della Libia, sull’esperienza come sottufficiale medico in Africa durante la seconda guerra mondiale, La brace dei Biassoli, commossa rievocazione delle radici materne, Una giornata con Dufenne, magnifica introspezione sull’amicizia.

La fama di Tobino resta legata ai romanzi ricavati dalla lunga consuetudine con l’ospedale psichiatrico di Maggiano, in provincia di Lucca, dove operò come primario e direttore per circa quarant’anni: Le libere donne di Magliano (1953), Per le antiche scale (1972), Gli ultimi giorni di Magliano (1982) e Il Manicomio di Pechino (1990). Una serie autobiografica di matrice lirica dotata di stupenda frontalità espressiva: certi ritratti di malate mentali non possiedono uguali nella storia letteraria italiana: «La Viola… magra, spiritata, agile… La Sbisà… veneta, pallida, buona… La Oresta del Deo… gli occhi neri, avari e avidi… La Berlucchi… delirante… che implorava senza stancarsi, acutamente, come una tragica…». «Questi matti – scrive Tobino, a guisa di ammonimento – sono ombre con le radici al di fuori della realtà ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto deliri».

Chiunque abbia conosciuto magari soltanto uno scorcio di quest’opera, non potrà che leggere con grande attenzione Maggiano. Gli anni del cambiamento. 1958– 1968, a cura di Giovanni Contini e Marco Natalizi (pp.160, Maria Pacini Fazzi editore, 15 euro con Dvd allegato), un volume in cui, grazie alla spinta propulsiva di Isabella Tobino, nipote del famoso scrittore, nonché presidente dell’omonima Fondazione, sono state raccolte, con tanta pazienza, lungimiranza, pietà e notevole rigore scientifico, testimonianze di pazienti, infermieri e medici che furono tra i protagonisti di una stagione al tempo stesso esaltante e tragica. Anni in cui il terribile “ospedale dei pazzi” (il più antico italiano, dal momento che la sua nascita risale al 1770), cominciò ad aprirsi ai venti nuovi della trasformazione sfociata nelle rivoluzionarie tesi di Franco Basaglia che puntarono, come sappiamo, alla soppressione dei luoghi di contenzione.

Scorrendo le interviste, disponibili anche all’ascolto orale, ci si rende ben conto delle drammatiche condizioni in cui vivevano i pazienti, soprattutto quelli rinchiusi nei reparti degli “agitati”, con le leggendarie celle tappezzate di alghe onde evitare che i degenti potessero farsi male. Colpisce in particolare il racconto di Ettore, entrato in manicomio a soli quattro anni, come purtroppo spesso accadeva: «L’infermiere… e poi mi dava le bastonate addosso. Il lenzuolo in capo bagnato… c’avevo certi lividi sotto il collo e ho avuto anche dei ricordi bruttissimi, bruttissimi davvero. Facevano queste cose perché… ma, facevano così… non c’erano le cure e al posto delle cure picchiavano». Tornano alla mente alcuni versi compresi negli ultimi diari di Mario Tobino: «Follia / è prigione, / manetta / stretta / per sempre».

5 ottobre 2020