Il vescovo Al Kabalan: «In Siria è una tragedia»

La testimonianza del presule titolare di Aretusa dei Siri, ordinato a San Giovanni. Cristiani in Medio Oriente? «Spesso per restare hanno dovuto rinunciare ai diritti»

Ieri, 13 settembre, alle 18, nella basilica di San Giovanni in Laterano, monsignor Flaviano Rami Al Kabalan, eletto vescovo titolare di Aretusa dei Siri, ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani di Sua Beatitudine Ignazio Giuseppe III Younan, patriarca di Antiochia dei Siri. Il nuovo vescovo dal 2017 è visitatore apostolico delle comunità siro-cattoliche dell’Europa. Prima della guerra in Siria, è stato parroco in due villaggi dell’Eparchia di Homs, dove sorge anche il monastero di Mar Musa di padre Dall’Oglio. «Allora si viveva in armonia – racconta -; io sono venuto a Roma tre mesi prima dell’inizio della guerra. Ma ho condiviso quel dramma con amici e fratelli sacerdoti. La situazione è tremenda. È un quadro complesso, ci sono tanti interessi economici, molte confessioni religiose. E oggi la situazione è peggiorata: è vero che non ci sono più scontri con i fondamentalisti islamici ma dal punto di vista economico, politico, sanitario è una tragedia».

Come vive la comunità siro–cattolica in Europa, in particolare a Roma?
Oltre ai siriani ci sono libanesi, iracheni ed egiziani che hanno deciso di venire nei Paesi europei perché li considerano cattolici e perché hanno avuto l’appoggio dei fratelli cristiani che già erano qui. A Roma ci sono soprattutto profughi giunti con i corridoi umanitari organizzati da Sant’Egidio. Il primo punto è che almeno vivono in pace. Sono scappati dalla guerra, dal fondamentalismo e sono stati molto ben accolti dagli italiani, con cui hanno in comune radici mediterranee, storiche, culturali. Certo, non mancano le difficoltà: a volte non c’è lavoro, non è semplice integrarsi subito per lo scoglio linguistico, sono stanchi per la guerra ma pian piano si inseriscono. Apprezzano Roma e sentono la vicinanza del Santo Padre e il suo aiuto concreto.

Il contesto per i cristiani in Medio Oriente è sempre più difficile. Cosa si può fare per aiutarli a non lasciare quelle terre, culla del cristianesimo? L’attenzione dell’Occidente sembra essere scemata.
Da oltre mille anni i cristiani hanno cercato di vivere in pace e gettare ponti di pace. Non dimentichiamo, per esempio, che i partiti politici sono stati fondati da intellettuali cristiani. Ma è impossibile superare le differenze religiose senza il riconoscimento di un pieno diritto di cittadinanza. Spesso i cristiani per rimanere nella loro terra hanno dovuto rinunciare ai diritti civili. Non si tratta solo degli aspetti materiali. È necessario che i cristiani europei facciano sentire la loro voce nella comunità internazionale per aiutare i Paesi mediorientali a costruire una sana laicità e vivere in armonia a prescindere dalle confessioni religiose.

Al Santo Padre sta molto a cuore il dialogo interreligioso. Cosa ne pensa?
Che non esistono altre soluzioni. Il dialogo è l’unica strada praticabile e il Papa ha compreso in modo particolare che è il solo modo anche per aiutare i musulmani a uscire da un contesto chiuso. Ci sono tanti musulmani buoni, equilibrati, ne ho conosciuti parecchi. Purtroppo uno dei problemi dell’Islam è la commistione di politica e religione. Con il dialogo possiamo aiutare i nostri fratelli a progredire in questa apertura e aiutarli a interpretare il loro Libro al servizio dell’uomo, come accade nel cristianesimo.

14 settembre 2020