Rebibbia: il progetto di teatroterapia diventa un docufilm

“Credo ancora nelle favole”: questo il titolo dell’opera di Staiano, presentata a Palazzo Valentini. «In scena l’Uomo, non il fascicolo penale». Il lavoro sui legami familiari

«Aiutarli a togliersi quella maschera di durezza che è una prigione nella prigione». Irene Cantarella, psicologa e psicoterapeuta, racconta così l’obiettivo del progetto di teatroterapia che si svolge nella casa di reclusione di Rebibbia, a Roma, coordinato da lei e dalla dottoressa Sandra Vitolo. L’occasione è la presentazione, ieri, 13 maggio, a Palazzo Valentini, del docufilm “Credo ancora nelle favole”, realizzato da Antonio Staiano proprio per raccontare l’iniziativa.

Dieci detenuti comuni, della sezione media sicurezza, hanno partecipato al laboratorio di teatro, frutto di analisi introspettive prima elaborate singolarmente con le due psicologhe e poi condivise insieme al resto del gruppo. Come a cerchi concentrici, in via eccezionale sono state coinvolte anche le famiglie dei reclusi – figli, genitori, compagne, mogli -, per elaborare, attraverso mesi di incontri collettivi, le emozioni, i ricordi e le condizioni che hanno portato al compimento del reato e alle sue conseguenze ma ancora di più all’impatto sulle relazioni sia di coppia che genitoriali.

In scena sono stati portati frammenti di vita vera, autobiografici, con cui elaborare la propria condizione e riannodare i fili delle vite che si sono interrotte con l’ingresso nel carcere. «Per costruire un percorso di presa di coscienza del danno prodotto alla società, alle vittime ma anche ai legami familiari per portare in scena l’Uomo, non il fascicolo penale», sono ancora le parole di Cantarella. Le fa eco Vitolo: «Mai dobbiamo dimenticare che sono cittadini. “Tu chi sei?”: è su questo che dobbiamo lavorare. Crediamo in una società non giudicante – prosegue – e che le persone che hanno avuto il coraggio di andare su quel palco possono essere amate e aiutate».

Il documentario, proiettato nella Sala consiliare Campidoglio, ha dato voce ai dieci uomini (di diverse età e condizione detentiva) e alle loro famiglie in un lungo montaggio del backstage del laboratorio stesso, con anche interviste agli operatori del carcere. È il cuore di una campagna di sensibilizzazione dedicata alle scuole medie inferiori e superiori e dopo la presentazione di ieri inizierà un tour nelle aree più a rischio del Paese, grazie anche al patrocinio del ministero della Giustizia.

Quello raccontato dal regista Staiano è uno spaccato di umanità in cui emergono i rimorsi per gli errori compiuti – «Non potrò mai dimenticare, è una cosa che mi segna per sempre», dice Vittorio – ma soprattutto il nodo cruciale per molti del rapporto messo a repentaglio coi propri figli, che «sono vittime. Il tempo che passi qua dentro sono anni che non passi con loro, alle loro feste, ai loro compleanni», aggiunge ancora Vittorio. «Sono mancate le passioni da condividere con papà. Sono dovuto crescere prima», racconta il figlio di uno di loro. Anche a causa del pregiudizio di una società che fa scontare la pena anche ai familiari del reo. «Anche la famiglia si sente in colpa», spiega una madre.

Emergono anche le contraddizioni di un sistema giudiziario lento per cui ci si ritrova ad attendere una sentenza anche per anni mentre ci si è ricostruiti una vita. «Tutto quello che hai cercato di modificare nella tua vita viene stravolto», riferisce Romolo. Anche questo è uno dei temi affrontati: la sofferenza delle famiglie che raramente entra nei discorsi sulla giustizia o sulle condizioni dei detenuti e che solo di recente, grazie a una sentenza della Corte costituzionale ha riconosciuto il diritto all’intimità coniugale dei detenuti. Un diritto ancora senza applicazione, anche se la sentenza di gennaio della Consulta va in questa direzione: riconoscere i sentimenti e le relazioni e tutelarle.

I dieci protagonisti del laboratorio e del docufilm che ne è scaturito hanno età e storie diverse; c’è chi ha fatto solo sei mesi, o chi come Aiello sono 34 anni che sta in galera. Chi ha figli piccoli che non ha praticamente mai visto o grandi che non gli parlano più, è il caso di Mario. Tutti condividono il buco nero di questo tempo in cui si «ripaga la società» per il danno commesso, in cui tutto va avanti tranne loro.

14 maggio 2024