Remotti, lo sguardo dell’antropologo

Nelle pagine dello studioso, la necessità di una distanza teorica nei confronti del presente per evitare di restare intrappolati nella sua contingenza

Nelle pagine dello studioso, la necessità di una distanza teorica nei confronti del presente per evitare di restare intrappolati nella sua contingenza

Negli ultimi anni molti antropologi hanno spesso tentato di ridefinire, a torto o ragione, i confini della loro disciplina. Basti pensare al grande Clifford James Geertz, scomparso nove anni fa a Filadelfia, il quale in un libro memorabile, Opere e vita: l’antropologo come autore (Il Mulino), spostò la nostra attenzione sulla figura dell’interprete, prima ancora che sui fatti da lui indagati. Il fascino della ricerca sul campo contiene un rischio: quello di trasformare il ricercatore in un personaggio, se non addirittura in uno scrittore, spostando l’interesse dal cosiddetto altrove al mondo interiore di chi lo attraversa.

Si tratta di una discussione che non dovrebbe restare incapsulata all’interno delle mura accademiche, anche se il linguaggio usato dagli specialisti allontana la maggioranza dei lettori. Eppure un libro come quello di Francesco Remotti, Per un’antropologia inattuale (pp.136, Elèuthera, 13 euro), potrebbe stimolare, ad esempio in un giovane studente, perfino qualche proficua passione partecipativa. L’autore, uno dei più importanti studiosi del nostro Paese, già professore ordinario di Antropologia culturale all’Università di Torino, tracciando un bilancio della sua formazione, dalle lezioni degli anni Sessanta con Nicola Abbagnano alla tesi su Claude Lévi-Strauss, dai primi soggiorni nei campi sosta dei Sinti piemontesi alle spedizioni tra i Banande del Nord Kivu, in quello che si chiamava Zaire e solo in seguito Repubblica Democratica del Congo, fino alla creazione della Missione Etnologica Italiana in Africa Equatoriale, sottolinea a più riprese la necessità di una distanza teorica nei confronti del presente per evitare di restare intrappolati nella sua contingenza.

L’antropologo insomma, invece di scrutare le proprie reazioni di fronte all’evento di cui è testimone, dovrebbe esplorare realtà diverse e lontane, nel tempo e nello spazio: quello che accade oggi è sempre il frutto di forme culturali precedenti. Dobbiamo essere grati a Remotti per questo richiamo scientifico, contro l’auto-referenzialità e il narcisismo di molti suoi colleghi, anche se poi le parti più fruibili del testo che ha scritto restano proprio quelle in cui l’elemento autobiografico prevale: il primo capitolo e l’Appendice 1: Ritorno a Kinshasa. La violenza e la grazia. In queste ultime pagine, in particolare, concepite come un diario, Remotti rimette piede in Congo dopo diversi anni di assenza e, registrando lo scarto fra la sua vecchia Africa e quella che ritrova, annota con emozione la presenza contigua di una frenetica energia collettiva (i bambini di strada, i funerali a sirene spiegate, lo smog terrificante), insieme alla dolcezza di certe scene quasi primordiali, fra cui la giovane che, col bimbo infagottato sulla schiena, pesta la manioca nel mortaio: «Il silenzio della donna si combina con la grazia dei suoi gesti, con la bellezza del suo viso e con la tristezza dei suoi occhi».

26 gennaio 2015