“Stranieri”, trapasso epocale narrato da Elspeth Huxley

Il tema delle ragioni politiche che possono tenere insieme gli individui della nostra specie e la scelta di guardare la civiltà occidentale con gli occhi di chi ne rimase investito

Elspeth Huxley, nata a Londra nel 1907, trascorse parte della sua giovinezza in Kenya, a quel tempo colonia britannica: l’esperienza che ne ricavò la segnò per sempre, come dimostra il suo libro più famoso, “Red Strangers”, pubblicato nel 1939 e recentemente tradotto in italiano da Chiara Libero come “Stranieri” (Mondadori, pp. 454, 15 euro). Gli “uomini rossi” evocati nel titolo originale erano gli inglesi, così soprannominati dalla popolazione kikuyu che non aveva mai visto persone dalla pelle bianca prima della comparsa dei colonizzatori. Questo straniamento è alla base della narrazione storica composta da Huxley, una lontana parente di Aldous, l’autore de “Il mondo nuovo”, romanzo distopico uscito appena sette anni prima.

A ben riflettere non sarebbe peraltro incongruo un confronto critico fra le due opere: una ambientata nel cuore del Novecento, l’altra in una società del futuro, ma tutto sommato entrambe sensibili al tema fondamento sulle ragioni politiche che possono tenere insieme gli individui della nostra specie. Al centro della storia raccontata da Elspeth sono due fratelli, Matu e Muthengi, figli di Waseru, che vivono sulla loro pelle gli stravolgimenti seguiti alla presenza dei nuovi dominatori, i quali trasferiscono nel vecchio il nuovo mondo cambiando in pochi anni tradizioni secolari, dal modo di coltivare la terra all’idea della famiglia, imponendo di colpo un linguaggio inedito, una religione mai vista, un cibo stranissimo, case in muratura, sistemi idraulici, impianti elettrici, ferrovie, automobili e aerei.

Lo scarto non poteva che essere lancinante e doloroso per il vecchio Waseru. Egli infatti lo vive senza riuscire ad accettarlo. Del resto: prendere o lasciare. Non c’era possibilità di mediazione. La prima istintiva resistenza viene stroncata sul nascere dai fucili che esplodono causando morte e distruzione: basta un plotone ad arrestare una massa disordinata di ribelli. Più facile sarà per Matu e Muthengi provare a decifrare i codici della cultura inglese, anche se molte delle pratiche richieste verranno da loro eseguite senza reale convinzione, affidandosi per istinto di conservazione alla necessità di farle proprie. Tante sono le pagine in questo senso indicative: l’uso della moneta, ad esempio, non viene compreso subito, infatti molti degli africani all’inizio, quando ricevono quei pezzi di ferro chiamati rupie in cambio del lavoro svolto, non sanno cosa farsene e finiscono per gettarle; solo i più previdenti, dopo averle ritrovate, si rendono conto della loro utilità. Per non parlare delle pratiche tribali legate alle mutilazioni genitali femminili.

L’abilità della narratrice sta tutta in questo speciale rovesciamento prospettico: guardare la civiltà occidentale con gli occhi di chi ne rimase investito. Che è sempre un bel modo, ancora oggi, di comprendere le ragioni dell’altro. Quanto tempo è passato da quando Waseru, seguendo con lo sguardo un guerriero masai, si ricordò di un vecchio proverbio kikuyu («Un giovane uomo è un frammento di Dio»), al giro sull’apparecchio sperimentato da Karanja, figlio di Matu, il quale chiamerà Aeroplano la sua bambina? Solo quattro generazioni. Eppure dal nonno alla nipotina Elspeth Huxley, con il suo sguardo attento e curioso, ci ha fatto assistere a un trapasso epocale, misurando con pazienza e dolcezza ciò che abbiamo guadagnato e ciò che abbiamo perso durante il percorso.

7 settembre 2020