“Un mondo migliore”: Uwe Timm racconta Alfred Ploetz

Il libro dello scrittore tedesco incentrato sulla storia del medico comunista diventato fondatore dell’igiene della razza e morto nel 1941, quando Hitler invadeva l’Unione Sovietica

I primi anni nella vita degli esseri umani sono fondamentali: vale per ognuno di noi; negli scrittori ancora di più. Uwe Timm ( foto), nato ad Amburgo nel 1940, trascorse l’infanzia nella Germania sconvolta dai bombardamenti. Soprattutto il decennio successivo alla fine del conflitto, caratterizzato da povertà e miseria, si dev’essere inciso a caratteri indelebili nella sua coscienza. È questa la ragione che spiega la presenza, trasfigurata oppure no, in tutti i libri da lui composti, fra cui ricordiamo Rot, La scoperta della currywurst e Come mio fratello, dei temi legati alla seconda guerra mondiale: la colpa del nazismo, il ruolo dell’intellettuale, le responsabilità della politica.

Nel 1978, quando Timm aveva finito di scrivere il romanzo Morenga, rievocazione di un capo ottentotto in quella che oggi si chiama Namibia ma fu una delle più importanti colonie tedesche in Africa, intraprese un lavoro di studio su alcune comunità libertarie di ispirazione cristiana diffuse negli Stati Uniti durante il diciannovesimo secolo. Esse prendevano spunto da un romanzo di Etienne Cabet, socialista utopista: Viaggio in Icaria (1840). A Timm interessava soprattutto la vicenda di Alfred Ploetz, il quale, dopo aver sfiorato il premio Nobel per certi studi di eugenetica, era diventato uno dei padri della politica razzista hitleriana: singolare figura di scienziato tedesco passato, in modo abbastanza misterioso, dalle comuni socialiste allo sterminio industriale di chiunque non corrispondesse ai criteri cosiddetti ariani. Il lavoro dello scrittore s’interruppe, come lui stesso dichiara, a causa della vastità del materiale raccolto. Era difficile trovare una struttura romanzesca capace di rappresentarlo.

Un mondo migliore, Uwe TimmAlla fine però Timm è riuscito nell’impresa con Un mondo migliore (Sellerio, traduzione di Matteo Galli, pp. 516, 15 euro), che si pone anche simbolicamente al centro della sua opera. Il protagonista, Hansen, ufficiale dell’esercito americano alleato di famiglia tedesca, viene inviato fra le macerie del Terzo Reich sconfitto, a intervistare uno dei collaboratori più fedeli di Ploetz, deceduto nel 1941, proprio quando Hitler invadeva l’Unione Sovietica. Questo antico collaboratore, Wagner, ormai anziano, racconta al giovane Hansen gli esperimenti del medico comunista diventato poi fondatore dell’igiene della razza, senza riuscire a spiegare il motivo di tale trasformazione, se non forse in uno spiraglio molto significativo: l’ossessione, da sempre presente in Ploetz, della misurazione: i crani, soprattutto. A ben pensare, tale inclinazione altro non è che il retroterra della selezione. Credere di poter dominare la materia, sociale e umana, piegandola ai propri voleri: da questa illusione discendono, lo sappiamo, i peggiori totalitarismi.

Un mondo migliore (titolo originale: Ikarien) alterna i diari di Hansen ai brani dell’intervista a Wagner lasciando scorrere le quinte della Germania distrutta, quella che lo scrittore vide da bambino. Mentre la documentazione storica non pare sempre completamente sciolta dal punto di vista narrativo, l’atmosfera del dopoguerra, con scorci paesaggistici di grande presa, ci consegna le pagine più belle: in particolare nella relazione amorosa fra Hansen e Molly, una vedova alla disperata ricerca di sopravvivere, filtra lo smarrimento del protagonista, incapace di spiegare il male che ha visto fuori e dentro se stesso.

17 giugno 2019