Un nuovo sguardo sulla vita «oscura e luminosa» di Campana

Nel lavoro di Gianni Turchetta ricostruita la vicenda umana di questo grande scrittore, poliglotta, letterato in contrasto con Papini e Soffici, innamorato di Sibilla Aleramo, infine sprofondato nello squilibrio psichico

«Io vidi dal ponte della nave / i colli di Spagna / svanire, nel verde / dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando»: è l’inizio del Viaggio a Montevideo composto da Dino Campana, nato a Marradi nel 1885 e morto nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci, nel 1932, dopo oltre quattordici anni di manicomio, forse a causa di un’infezione setticemica. Sono versi in cui il grande poeta lascia filtrare il ricordo della sua traversata oceanica, diretto in Sud America, fra gauchos e stelle filanti. «Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo, / io per il tuo dolce mistero / io per il tuo divenir taciturno», scrisse in La chimera. Il capolavoro che contiene questi componimenti, Canti orfici, pubblicato presso la tipografia Ravagli, nella città natale, allo scoccare della prima guerra mondiale, provocatoriamente dedicato a Guglielmo II, imperatore dei germani, è un libro che andrebbe riletto periodicamente, visto che non ne esistono altri di uguale spessore nella letteratura del Novecento.

Frammenti di poesia e prosa unici per potenza evocativa, nei quali sentiamo la presenza fantasmatica del paesaggio non solo italiano, incapsulato dentro crepuscoli e notturni indimenticabili con una teoria di campagne sprofondate nei vapori e nelle tenebre, appennini scabri e petrosi (fondamentale il diario della Verna), città che ruotano nella mente di chi legge come una giostra stregata, sulla scia di astrusi vagabondaggi: Domodossola, Firenze, Faenza, Bologna, Buenos Aires, Genova soprattutto, a cui si lega l’omonimo folgorante poemetto: «Dentro il vico marino in alto sale, / dentro il vico chè rosse in alto sale / marino l’ali rosse dei fanali / rabescavano l’ombra illanguidita, / che bianca e lieve e querula salì!».

Nessuno come Dino Campana riuscì a trasferire dentro la vecchia fanfara carducciana il nuovo timbro di Arthur Rimbaud con il risultato di raggiungere un suono mai udito prima: «La poesia europea musicale colorita» di cui parlò al dottor Carlo Pariani che lo seguì negli ultimi anni dolorosi di reclusione coatta. Una magnifica opera di scorci ed effetti lirici, secondo la sua stessa lucida finale autodefinizione. Un tempo la vita viandante del nostro poeta era avvolta nel mistero: troppo spesso vagheggiata e trasfigurata nella leggenda. Ormai non è più così. Fondamentale, in tale prospettiva, è stato il lavoro di Gianni Turchetta che nel suo Vita oscura e luminosa di Dino Campana, appena ristampato da Bompiani (pp. 453, 18 euro), ci consente uno sguardo preciso e rigoroso, ancorché appassionante, sulla vicenda umana di questo grande scrittore: improbabile studente di chimica, allievo ufficiale, emigrante e saltimbanco, assiduo frequentatore di biblioteche (da quella fiorentina a quella ginevrina), spesso rinchiuso in cella per presunti atti violenti, poliglotta, letterato in aperto contrasto con Papini e Soffici (quest’ultimo gli smarrì il manoscritto originale di Il più lungo giorno costringendolo a riscriverlo a memoria), innamorato di Sibilla Aleramo, infine sprofondato nello squilibrio psichico (alla maniera dell’ultimo Hölderlin affidato alle cure del falegname Zimmer, a Tubinga sulle rive del Neckar). Da cui tuttavia ogni tanto riemergeva, come quando gli fecero leggere una seconda edizione dei Canti Orfici, pubblicata da Vallecchi, e lui, dopo averne individuato gli errori, consigliava di tornare al primo libro stampato a Marradi.

19 ottobre 2020