“Una vacanza romana”: la guerra nel romanzo di Parazzoli

L’ultima opera dello scrittore è ambientata nei mesi che precedono la Liberazione. Una cronaca familiare sullo sfondo dei grandi accadimenti bellici

«A un’ora dall’inizio del coprifuoco le strade del quartiere Appio non erano deserte. Gli inquilini del grande casamento Incis, il fascio littorio color cioccolato inchiodato sulla facciata, non si facevano problemi ad attraversare l’androne, sotto lo sguardo divagato del capofabbricato, e scivolare oltre il portone che rimaneva chiuso per il resto della notte, anche se ognuno aveva provveduto a procurarsi copia della chiave che apriva il piccolo ingresso laterale». Comincia così “Una vacanza romana” (pp. 291, Rizzoli), l’ultimo romanzo di Ferruccio Parazzoli (1935), uno degli scrittori italiani più versatili e rappresentativi, ambientato proprio nella nostra città, al tempo della Seconda guerra mondiale, nei mesi difficili e fragorosi che precedono la Liberazione, fra la guerriglia di Porta San Paolo, il gobbo del Quarticciolo, il rastrellamento degli ebrei al Portico d’Ottavia. Dopo lo sbarco alleato di Anzio, il fronte è bloccato a Cassino e tutto sembra sospeso. Il comando nazista spadroneggia dettando divieti e obblighi, compreso quello di imporre una supplementare rotellina posteriore alle biciclette, in modo da impedire che le si utilizzasse per fuggire più in fretta dopo aver compiuto gli attentati.

Protagonisti sono Matteo, giornalista disoccupato nonché voce narrante, e Nora, sua compagna, entrambi milanesi giunti nella capitale al seguito di Otello, camionista molto attivo nei Gap, gruppi di azione partigiana. Mentre la donna s’invaghisce del combattente, risoluto e propositivo, seguendolo anche nelle sue scorribande antifasciste, Matteo, precocemente disilluso e un po’ abulico, sta alla finestra, indeciso sul da farsi. Quando però il dottor Ancona, medico ebreo, gli chiede di ospitare suo figlio Franco, per sottrarlo alla possibile deportazione, accetta di farlo ospitandolo nella vecchia rimessa dove abita. Il ragazzo sceglierà poi la via della Resistenza unendosi a un gruppo in partenza verso Leonessa.

L’opera, dalla prosa sottilmente antiquariale di sapore novecentesco, possiede il fascino delle cartoline d’epoca. Scandita come una cronaca familiare sullo sfondo di questi grandi accadimenti bellici, lascia filtrare il sentimento, di lontana ascendenza manzoniana, della piccola e grande storia intrecciate insieme, fra l’oscurità delle vite individuali, impegnate a salvare la pelle, e il misterioso presagio del destino collettivo che le contiene, impossibile da conoscere e decifrare.  Restano negli occhi e nel cuore i luoghi romani, spesso evocati, che emergono come preziosi medaglioni dentro la narrazione, quasi a punteggiarla e definirla: i platani di via Merulana, i giardini di San Giovanni, piazza Esedra con la fontana delle Naiadi indifferenti alla battaglia, Porta San Sebastiano e l’Appia Antica, il Verano e il Tuscolano bombardati, «fino alla spelata piazza Zama dove da tempo non si sentiva più lo sferragliare dei treni».

26 aprile 2021