«’14» di Jean Echenoz, i sentimenti e la guerra

In brevi capitoli di stringente resa espressiva apprendiamo la storia del timidissimo Anthime arruolato proprio all’inizio del conflitto mondiale e subito gettato, insieme ad alcuni suoi amici

Cento anni fa, sui fronti europei, si consumò la tragedia della Grande Guerra: l’ultima del mondo antico, perché i soldati si uccisero da una trincea all’altra guardandosi in faccia con la baionetta innestata, come era sempre accaduto fino ad allora; ma la prima del mondo moderno, in quanto la rivoluzione industriale del Novecento fece comparire sui campi di battaglia nuovi terribili strumenti bellici: gli aeroplani, i carri armati e i micidiali gas chimici. Tanti furono gli scrittori che, da protagonisti diretti, raccontarono lo scempio dei corpi martoriati, la violenza crudele degli scontri a fuoco, la cecità degli ufficiali che non esitavano a mandare allo sbaraglio gli uomini come fossero bestie da macello.

Esiste, a tale riguardo, una vera e propria letteratura di riferimento, talvolta più efficace di qualsiasi manuale storiografico: da Hemingway a Céline, da Cendras a Remarque, da Junger a Pasternak, da Lussu a Serra, da Gadda a Musil, da Jahier a Comisso, da Ungaretti a Slataper, per citare soltanto alcuni nomi, ogni lettore può scegliersi il punto di vista che ritiene più congeniale. Diverso è il caso di scrittori venuti dopo, che raccontano la Prima guerra mondiale basandosi sulle fonti, anche cinematografiche. Un esempio tipico è quello di Jean Echenoz, sessantasei anni, già noto al grande pubblico per i suoi libri sulla vita di Maurice Ravel, Emil Zàtopek e Nikola Tesla, il quale con ’14 (Adelphi, pp. 110, 14 euro) ha composto un romanzo bellico di pura invenzione fantastica in cui tuttavia è difficile non sentire la suggestione della tradizione letteraria poc’anzi richiamata. In brevi capitoli di stringente resa espressiva apprendiamo la storia del timidissimo Anthime arruolato proprio all’inizio del conflitto e subito gettato, insieme ad alcuni suoi amici, nella mischia selvaggia di bombe, fango e sangue.

Il ragazzo esegue gli ordini in uno stato quasi sognante, come se non riuscisse a credere davvero all’avventura che gli è capitata. L’unica luce capace di rianimarlo è il ricordo della fidanzata, Blanche, che si macera nella solitudine della provincia desolata dove è rimasta insieme ai vecchi e ai bambini. L’elemento fondamentale del racconto, prima ancora dei fatti rievocati, è lo stile: rapido, conciso, eppure denso e carico di liriche assonanze, con un ritmo sottilmente musicale. Contano più i silenzi delle parole, come spesso accade nella letteratura francese.

E poi c’è una lunga risacca narrativa, dopo il precoce ritorno a casa del protagonista, che ha perso il braccio destro. È come se Echonoz scrivesse nell’incubo di questa amputazione, non soltanto fisica, ma spirituale. Anthime dovrà giocoforza imparare l’uso della sinistra, diventerà mancino per necessità. E non sarà più lo stesso. Ma questo vale, sembra suggerire l’autore, per tutti gli esseri umani che sopravvivono ai traumi bellici. Ecco perché ’14 acquista una dimensione universale.

 

24 novembre 2014